Come sassi – Il giardino

Appena riaprì gli occhi si trovò seduta per terra. Sopra di lei un arco di foglie scure e rose di un color indaco leggermente impolverato, come fossero coperte da velluto. Fino a quel momento, June non aveva mai notato di avere addosso un vestito ed era convinta di avere ancora addosso il proprio costume da bagno, giallo e rosso. Ciò che aveva addosso era, invece, grigio. In vita si stringeva leggermente e sottolineava questa linea e quelle dei bordi con ricami dello stesso color indaco che doveva essere il motivo ricorrente di tutto quel percorso, probabilmente il colore simbolo di un casato, aveva iniziato a ipotizzare June. Ad ogni modo era forse il vestito più comodo che avesse mai indossato e fu solo quando smise di osservarlo con cura che si rese conto di ciò che la circondava.

Si vide davanti una piccola radura racchiusa in un cerchio di alberi dal fogliame scuro. Ai suoi piedi erba fresca che sembrava venire curata dal più attento dei giardinieri: spuntava dal terreno per pochi centimetri come se venisse tagliata regolarmente. Dietro un paio di alberi June notò qualcosa di azzurro risplendere e, sentendo la sua curiosità riprendersi, si mise a cercare un passaggio tra le fitte chiome scure e i fitti cespugli. Appena ci riusci, ciò che vide le dipinse in faccia l’espressione che meglio avrebbe potuto descrivere la meraviglia.

Davanti a lei si presentarono, in successione: un prato con la stessa erba della radura, delle rive sabbiose e poi… Un lago immenso, causa dello splendente colore che aveva intravisto. Come non bastasse, dietro si ergeva un’altissima montagna grigia con due vette che si stagliavano una affianco all’altra come due gigantesche… Cozze. Sì, a pensarci, somigliavano proprio a due enormi cozze, ma di un colore leggermente più chiaro e decisamente fatte di roccia. Tra il lago e le due cime, completava l’insieme un fitto manto arboreo.

June camminava lentamente, godendo del contatto tra la sua pelle e l’erbetta fresca. Rallentò ancora per sentire bene i sassi e la sabbia sulla riva e, in effetti, per non ferirsi con essi. Nonostante il sole, erano freddi e ancora più fredda era l’acqua quando arrivò ad immergerci la pianta del piede. Pensò che il fiume dovesse essere o estremamente tranquillo o di recente formazione, dato che il suo letto era poco profondo. Sentendo rinnovarsi la sensazione che quella scena stesse finendo June si avviò seguendo la leggera corrente d’acqua. Questa attraversava un boschetto e sulla riva aveva lasciato comparire soffice muschio. Ma June non lo calpestò. Seguì il suo percorso fino a sbucare su un’altra radura, simile a quella da cui era arrivata. Questa, però, si apriva su un dirupo e il corso d’acqua formava una sottile cascata in grado di suscitare molto meno rumore di quello che June si sarebbe aspettata. Si voltò e vide le montagne a cozze scomparire diventando fuliggine. Pezzetti grigi e squadrati volavano in giro per aria e il cielo si era dipinto di cobalto scuro e arancio. Sembrava ci fosse stata un’eruzione. June era immobile a fissare sconvolta questo spettacolo completamente silenzioso.

Quando si voltò, davanti a lei era comparso un ponte formato da poche assi e corde, che conduceva fino ad una rupe molto simile a quella su cui stava. Solo, di là, stava spuntando dalla nebbia un grande albero dall’aspetto protettivo.

Debora Carolo

Laureata in Progettazione e Gestione del Turismo Culturale, per ora posso solo sognare di fare la guida turistica, ma questo non mi impedisce di viaggiare alla scoperta della bellezza del mondo e magari anche di custodirla ed esaltarla come possibile. E così, scrivo...

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