Zaky, torturato in Egitto: se ne parla senza agire

Era il 7 febbraio quando Patrick George Zaky, studente egiziano dell’università di Bologna, veniva arrestato  all’aeroporto de Il Cairo. Da allora il giovane, verso cui il governo egiziano rivolge l’accusa di diffusione di materiale sovversivo e dannoso per lo Stato a seguito della sua collaborazione con l’organizzazione Egyptian Initiative for Personal Rights, è stato sottoposto a tortura. Nei giorni a seguire la situazione non è certo migliorata: Zaky è stato trasferito in un paio di strutture detentive e il ricorso dei suoi legali contro la reclusione di 15 giorni, decisa lo scorso 8 febbraio, è stato respinto dalle autorità egiziane. Insomma, per notare le somiglianze con il caso di Giulio Regeni non ci vuole molto. La differenza sostanziale per adesso sembra infatti essere una sola, racchiusa nella possibilità che, per Zaky, si possa chiedere verità prima che sia troppo tardi.

Benché dunque in queste settimane si sia fortunatamente continuato a parlare dell’arresto ingiustificato di Zaky, è opinione diffusa che il governo italiano non stia prestando sufficiente attenzione alla sua vicenda o perlomeno che, tralasciati i messaggi di solidarietà e le belle parole, di concreto abbia fatto ben poco. Che potesse andare a finire in questo modo c’era da aspettarselo considerando che, a quattro anni e tre governi di distanza dalla scomparsa di Giulio Regeni, i rapporti tra il nostro Paese e l’Egitto sono rimasti pressoché invariati, ambigui nonostante tutto. Evidentemente per l’Italia l’Egitto rappresenta un alleato troppo importante dal punto di vista economico per convincere i vari esecutivi, che nel tempo si sono succeduti, a chiudere definitivamente i rapporti con questo o, perlomeno, a chiarirli. Ma se questo di per sè può fornire un motivo di indignazione per quanti fino ad oggi hanno lottato perchè si facesse luce sulla morte di Regeni, con la detenzione di Patrick Zaky la questione diventa più complessa.

In base infatti a quanto affermato negli scorsi giorni dalle autorità egiziane, sul giovane attivista pendeva un mandato d’arresto già a settembre 2019, periodo in cui Zaky si trovava già a Bologna per un master. È a questo punto che dovrebbe sorgere spontanea una domanda: che validità ha un mandato d’arresto per un cittadino il cui presunto attivismo molesto è svolto all’estero? Risulta evidente come, posto in questi termini, il problema assuma facilmente i tratti di una preoccupante realtà per chiunque e identificabile come un’allarmante conseguenza della superficialità con cui la politica ha affrontato il caso Regeni prima e quello Zaky dopo. In questo senso continuare sulla linea dell’indifferenza di fronte a quella che è una violazione soprattutto dei diritti fondamentali di un’essere umano ma anche di quelli garantiti dalla carta costituzionale del nostro Paese, lo stesso in cui il giovane ricercatore avrebbe agito inimicandosi il regime di Al-Sisi, rappresenta un errore che il nostro governo non può permettersi di compiere. 

In un articolo comparso su Repubblica all’indomani della manifestazione tenutasi a Bologna in favore della scarcerazione di Patrick Zaky, Roberto Saviano ha scritto: « Essere cittadino italiano non servì a Giulio Regeni per avere salva la vita […], ma il miglior modo per onorarla in questo momento è estenderla a chi in questo momento rischia la vita in nome della libera ricerca». Ecco, in questo clima di stallo in cui della vicenda di Zaky si parla senza agire e sul caso Regeni si è costretti a chiedere ancora verità, conferire la cittadinanza italiana a Patrick potrebbe rappresentare il punto di partenza per una più decisiva ed efficace presa di posizione della politica italiana nei confronti dei suoi rapporti con l’Egitto.

Beatrice Caniglia

Studentessa universitaria di Sociologia e aspirante giornalista. Mi cimento in articoli di attualità e cultura con un occhio di riguardo per le questioni sociali.

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