Un’azienda «strana»: le telefonate con un mafioso e i Carabinieri e poi fallisce

di Progetto Turing: Tito Borsa

Seconda puntata (Leggi la prima)

Nota introduttiva

In questa inchiesta nomi di persone e aziende di cui non si è accertata alcuna responsabilità penale saranno solo riferiti con delle sigle. Questo purtroppo renderà più ardua la comprensione della ricostruzione da parte del lettore, ma è un obbligo deontologico e morale di chi scrive. 


A quanto risulta dalle visure camerali, la B.E.P. – la azienda che ha contatti telefonici sia con i Carabinieri sia con il mafioso Antonio Scarano – è una società a responsabilità limitata costituita il 15 gennaio 1993. Si occupa di commercio all’ingrosso di salumi, formaggi, bevande, spezie, caffè e altro e inizia le sue attività quando tutta questa vicenda è già finita, il 1 marzo 1994. 

L’impresa ha un capitale sociale di 20 milioni di lire e l’unico bilancio disponibile è quello del 1993, quando l’azienda non è ancora in attività. Attività che durano ben poco, visto che il 20 luglio 1995 una commercialista viene nominata curatore fallimentare dell’azienda. Contattata da chi scrive, la commercialista ha risposto – tramite la segretaria – di «non essere interessata» a rilasciare dichiarazioni in merito alla B.E.P.. 

Tra il 1993 e il 1994 la carica di amministratore della società passa in modo alternato da un tale M.C. a una certa G.G.. A un certo punto, il 5 gennaio 1995, entra in scena G.M., che si porta dietro un  aumento di capitale da 20 a 50 milioni di lire e una variazione della denominazione da B.E.P. (ovviamente non in sigla) a Nuova B.E.P.. La azienda entra in procedura fallimentare pochi mesi dopo. 

Chi scrive ha provato a contattare telefonicamente M.C., unico dei tre coinvolti nella società cui è stato possibile trovare un numero, ma non ha avuto risposta. 

Per quanto riguarda G.M., ultimo vertice dell’azienda, ci potrebbe essere invece qualcosa di molto curioso, anche se non strettamente legato alla nostra storia. Nel 2008 è stato accusato di truffa in provincia di Vicenza. Prometteva la produzione e la diffusione di filmati promozionali che però non andavano in onda. Nel 2005 era già stato condannato, sempre per truffa, perché in tv millantava di essere in grado di guarire malattie molto gravi. 

A novembre 2016 G.M. si è presentato al talent-show Tu si que vales con parrucca e costume assicurando di essere in grado di aiutare con un rito d’amore chi cerca un fidanzato. A quel punto Maria De Filippi, che era una dei giudici del programma, gli ha chiesto se si faceva pagare per questi riti e lui ha risposto candido: «Ogni lavoro dev’essere remunerato». Allora la presentatrice ha iniziato ad arrabbiarsi: «Io giuro se non fossi pagata non la starei nemmeno a sentire, lei è un ciarlatano, prende in giro le persone e si fa pagare per queste stronzate. Non sono superstiziosa, lei frega la gente… Lei è un ciarlatano».

Poche settimane dopo, G.M. apre il Congresso di Rivoluzione Cristiana del berlusconiano Gianfranco Rotondi a Roma, sempre in veste di showman: «Si dice che il talento crucci nelle mani di chi sa a chi donarlo. Quindi i democratici cristiani hanno talento, hanno capacità e hanno forza. Possono donarlo!».

Nonostante non sia possibile, con le informazioni in nostro possesso, muovere giudizi definitivi, è evidente che la B.E.P. è un’azienda quantomeno strana. L’attività dura solo circa 16 mesi, mentre l’unico bilancio disponibile è quello del 1993, ad azienda fondata ma non ancora operativa. Non possiamo sapere che cosa è accaduto nel 1994, quando – almeno in teoria – la B.E.P. è attiva, visto che il bilancio di quell’anno non è stato depositato. E quelle telefonate? Forse si sarebbe dovuto indagare un po’ di più, anche se (comprensibilmente) al tempo le priorità erano altre. 

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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