La Guerra Fredda è davvero finita?

Negli ultimi giorni si sono sentite un sacco di ricostruzioni fantasiose riguardo l’origine del Coronavirus, l’esercitazione Defender Europe, la nuova crisi finanziaria in arrivo, il rilascio dei migranti da parte della Turchia come manovra di destabilizzazione e chi più ne ha più ne metta. Il complottismo sta nel dare una lettura organica a fatti e notizie indipendenti tra loro, concomitanti in termini di spazio-tempo e socialmente correlate, sostituendo una regia occulta a una valutazione razionale di causa ed effetto. Questo articolo intende andare nella direzione opposta, cercando di contestualizzare i fatti prima citati in maniera coerente. Per comprenderlo, però, è necessario un parallelo storico che arriva dal Medioevo.

Tra il 1337 e il 1453 le potenze egemoni del mondo occidentale, Francia e Inghilterra, furono impegnate nella Guerra dei Cent’Anni, un conflitto che ad oggi pare assurdo in termini di durata e impegno, ma che nelle epoche precedenti la modernità rappresentava l’usuale interfacciarsi bellico tra due stati organizzati. Il conflitto è di grande interesse storico perché accompagnò l’Europa fino a una data spartiacque, la stessa in cui cadde Costantinopoli. Ma è sul piano socioeconomico che tale avvenimento rivela gli evidenti parallelismi con il presente e con il recente passato, nonché su quello della condotta bellica. Partendo da quest’ultimo elemento, è necessario specificare che la guerra non fu combattuta continuativamente, ma passò attraverso fasi ad altissima intensità, altre in cui si ridusse a guerra di posizione e altre ancora in cui vi furono soltanto azioni di schermaglia o di danneggiamento indiretto. Inoltre, si registrarono due periodi di pace duratura, lunghi 9 e 26 anni, con il secondo a fungere da separaziona storiografica tra due fasi ben distinte. Ciò fu dovuto al sovrapporsi di una serie di eventi collaterali che rimescolavano periodicamente il posizionamento e il potere dei due stati, i quali possono essere paragonati, applicando un ingrandimento di scala, al blocco occidentale e a quello orientale post Seconda Guerra Mondiale. Paragone tirato per i capelli? Per nulla, siccome il sistema feudale riconosceva alla monarchia centrale il ruolo di garante di una serie di territori governati in maniera autonoma, esattamente come le nazioni appartenenti ai due blocchi.

I campi di competizione erano principalmente due: uno legato alla forza militare, l’altro politico-religioso, fatto di scismi confessionali e pretese di trono per Diritto divino. Nell’epoca contemporanea, tale dualismo è stato portato avanti dall’ideologia e dall’economia, declinata sia nel benessere generale che nello sforzo verso il progresso, in cui si inserisce anche quello bellico, seppur perseguito a scopo meramente dimostrativo causa rischio di annientamento dell’umanità intera. Tale prospettiva catastrofica era percepita anche nel Medioevo, poiché, in caso di vittoria schiacciante di uno dei due stati, l’altro avrebbe dovuto affrontare la conversione forzata, oppure lo sterminio di massa. Basta sostituire religione con ideologia et voilà, Francia e Inghilterra di allora diventano blocco capitalista e blocco comunista di ieri (e più velatamente di oggi).

Dato il quadro generale, ecco come si inseriscono gli eventi collaterali. Le schermaglie e i periodi di guerra a bassa intensità ricordano molto la costruzione di basi e le esercitazioni di oggi, Defender Europe inclusa. La peste bubbonica e le ondate successive abituarono entrambe le popolazioni a convivere tanto con la malattia quanto con la minaccia costante di un conflitto aperto. Tra l’altro, anche quel morbo arrivò dalla Cina. Castigo divino? Coincidenza? No, globalizzazione commerciale con inadeguata preparazione agli effetti collaterali, oggi come allora. Spesso i territori contesi si riunivano attorno a dei feudatari carismatici e si ribellavano autonomamente al potere egemone, spalleggiati più o meno apertamente dalla potenza rivale, esattamente come i Paesi del Medioriente o del Sudamerica. I periodi di pace e d’interruzione, inoltre, furono causati perlopiù da ribellioni interne scoppiate in seguito a crisi economiche periodiche, in cui i sistemi produttivi pretendevano il tempo e lo spazio per riorganizzarsi e ammodernarsi. Tutto ciò durava fino alla successiva pretesa di egemonia su determinati feudi fedeli all’avversario, sfruttando un momento di debolezza politica. Con il passare del tempo e delle fasi, in ogni caso, sia Francia che Inghilterra divennero sempre più consapevoli dell’impossibilità di una vittoria totale.

Riferendosi alla situazione geopolitica attuale, complice anche la palese inadeguatezza politica dell’UE, gli Stati Uniti e l’asse russo-cinese paiono aver rimesso in discussione la fine della Guerra Fredda, operando un’evoluzione dei campi di conflitto, sempre più indiretti e sempre meno rivolti alla disfatta altrui. Ideologia e progresso si sono fusi, indebolendosi reciprocamente, nella competizione finanziaria sempre più volatile e condizionabile dalle schermaglie mediatiche, mentre l’economia reale ha spostato il focus e gli sforzi bellici correlati sul controllo delle risorse finite, in un’ottica di mantenimento del benessere acquisito nella prima fase.

La verità storica emergerà tra qualche decennio, ma, alla luce degli evidenti ricorsi, possiamo davvero considerare terminata la Guerra Fredda, o sarebbe più corretto ritenere il 1989, come il 1389, la data di una pax spartiacque tra due fasi distinte dello stesso conflitto destinato a durare più di un intero secolo?

Marco Ferreri

Classe 1993, volevo fare il giornalista ma non ho la lingua abbastanza svelta. Mi arrabatto tra servire pietanze, aprire e consumare bottiglie di vino, crisi esistenziali, argomenti complessi, riflessioni filosofiche di cui non frega niente a nessuno e giochi di ruolo. Amo il paradosso, dunque non posso essere più felice di stare al mondo.

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