Coronavirus: perché la situazione in Brasile è molto diversa

 

Importante: dati aggiornati alla mattina del 17 marzo 2020


Gli ultimi dati sono i seguenti: 234 casi di coronavirus in Brasile, di cui 152 nello stato di São Paulo, il più popoloso. Per ora nessun decesso. In un Paese con 210 milioni di abitanti i dati non sono ancora allarmanti, ma oggi cercheremo di andare oltre l’aspetto scientifico e proveremo quindi a concentrarci di più su quello sociale. Chiunque conosca abbastanza la realtà brasiliana sa che, anche parlando del coronavirus, si sta parlando di una situazione non paragonabile a quella europea.

Stiamo parlando di uno Stato con una superficie di 8,5 milioni di chilometri quadrati, circa 28 volte l’Italia. E in questo immenso territorio sono comprese realtà diversissime. Dalle metropoli come São Paulo alla foresta pluviale in Amazzonia, passando per le zone desertiche di quello che viene chiamato Sertão. E situazioni sociali altrettanto differenti. In Brasile convive la ricchezza di chi vive in case lussuosissime all’emarginazione sociale degli indigeni o degli abitanti delle favelas.

Che ruolo può avere il coronavirus in Brasile? Ne abbiamo parlato qualche giorno fa, quando ci si interrogava sulla positività del tampone al presidente Jair Bolsonaro, con una mia fonte che vive nello stato di São Paulo. Le risposte che ho ricevuto mi hanno spiazzato, e vorrei condividerle con voi. Questa persona mi ha spiegato di non dare particolare peso, almeno in questo frangente, a quello che ha detto Bolsonaro una settimana fa in Florida (che vedremo tra poco), né al mistero che aleggia intorno alla positività del tampone fatto al presidente brasiliano.

Bolsonaro, lo ricordiamo, davanti a un centinaio di imprenditori in un hotel di lusso a Miami ha spiegato che il virus sarebbe «una piccola crisi», perché «non è davvero ciò che i grandi media propagano». E ha concluso: «È muito mais fantasia», è molto più di una fantasia. Nel frattempo la Federazione calcistica brasiliana (Cbf) ha annunciato la sospensione fino a data da destinarsi di tutte le competizioni nazionali per contrastare la diffusione della pandemia di coronavirus. È risultato positivo anche l’allenatore del Flamengo Jorge Jesus.

Fatte queste premesse, cerchiamo di venire al punto. Se malauguratamente in Brasile il coronavirus raggiungesse numeri paragonabili a quelli italiani, sarebbe possibile adottare misure come quelle imposte dai vari decreti firmati dai giorni scorsi dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte? L’isolamento dei cittadini sembrerebbe essere ora l’unico modo per rallentare il contagio, tant’è che – a esclusione della Gran Bretagna di Boris Johnson – il modus operandi italiano viene imitato da tutti gli altri Stati dell’Europa Occidentale. Sarebbe possibile fare lo stesso in Brasile? La risposta della nostra fonte è un perentorio no, pronunciato con un sorriso amaro.

In Brasile, ci viene spiegato, innanzitutto ci sono numerose zone dove lo Stato non arriva, o almeno non riesce ad arrivare con capillarità in modo forte. I controlli quindi sarebbero forti nelle grandi città, nelle zone più ricche, mentre sarebbero diradati o quasi inesistenti in altre parti del Paese. Non stiamo parlando solo degli indigeni nella foresta pluviale in Amazzonia, dove i contatti con l’esterno sono così rari da ridurre al minimo il rischio del contagio. Stiamo parlando anche delle zone dove vivono gli emarginati. Due esempi: favelas e riserve indigene, ma non solo.

In queste zone vivono i soggetti che sarebbero forse più a rischio, nel caso del dilagarsi del contagio. Persone che non hanno i mezzi per informarsi e per capire a fondo la portata di questa emergenza e soprattutto persone che hanno problemi ai loro occhi ben più urgenti del coronavirus. La nostra fonte è molto chiara: «Nel nostro Paese il coronavirus preoccupa solo quelli che hanno il tempo e la possibilità di preoccuparsi». Chi ha problemi come riuscire a procurarsi da mangiare non è granché interessato al virus.

È notizia delle ultime ore che la più grande favela brasiliana, Rocinha nei pressi di Rio de Janeiro, ha deciso di chiudersi dentro per evitare contagi. E questo è comunque in linea con quello che stavamo dicendo. Sarebbe ingenuo sostenere che anche nelle zone più a rischio non si sarebbe adottata qualche misura di sicurezza. Ma un conto è adottare queste misure, un conto è farle rispettare. E su questo ultimo punto ci permettiamo di rimanere alquanto scettici.

Il Coronavirus arriva in Brasile e trova un’economia in difficoltà, con il real, la moneta nazionale, che rispetto all’euro registra il minimo degli ultimi cinque anni. Oggi un euro vale 5,55. Un mese fa, per esempio, quando sono partito per São Paulo, un euro valeva 4,76. Se, malauguratamente, il virus dovesse diffondersi nelle zone in cui vive la fascia di popolazione più emarginata, il presidente Bolsonaro – o chi per lui – dovrà trovare il modo di contenere la pandemia e anche il modo di spiegare a tutti l’importanza delle misure di sicurezza. E magari potrebbe trovare anche il tempo di scusarsi per aver parlato del virus come di una «fantasia», ma forse qui stiamo chiedendo davvero troppo.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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