In Brasile ci sono epidemie di serie A e epidemie di serie B

I Paesi europei non sono gli unici che si stanno blindando per l’epidemia di coronavirus. Nei giorni scorsi anche gli Stati dell’America Latina stanno seguendo questa strada. Anche il Brasile ha chiuso le frontiere terrestri, mentre lo stato di São Paulo invita tutti i cittadini a rimanere in casa da martedì.
Se per noi europei la parola «epidemia» è qualcosa che, prima di queste tragiche settimane, apparteneva al passato, in Brasile la situazione è molto diversa. Nel 2019, per esempio, in Sud America si sono contati 3.139.335 casi di persone infettate da febbre dengue con 1538 morti. Solo in Brasile i contagiati sono stati quasi 2,3 milioni. 

Con meno di 1200 casi accertati e circa 11mila casi sospetti (dati al 21 marzo 2020), il presidente Jair Bolsonaro ha deciso di dichiarare lo stato di emergenza.
Quali sono le differenze rispetto alle altre epidemie? La febbre dengue, per rimanere nell’esempio fatto prima, è trasmesso da un particolare tipo di zanzara che prolifera in zone in cui siano presenti pozze d’acqua o rifiuti solidi. Volendo concretizzare, stiamo parlando soprattutto di zone in cui le abitazioni non sono certo curate e magari neppure il suolo attorno alle case. 

Il coronavirus in Brasile tende a essere una malattia classista. A fine febbraio è stato accertato il primo caso e si trattava di un brasiliano di ritorno da un viaggio di lavoro in Italia. Chi fa viaggi intercontinentali per lavoro? Non certo quelli che devono arrangiarsi a trovare un modo per mangiare o bere acqua. E chi frequenta uno che viaggia in Europa per lavoro? Persone del suo stesso status sociale. 

Ovviamente non vogliamo escludere che il contagio non possa riguardare anche le fasce più basse della popolazione, ma non è questo il punto. Il coronavirus, che arriva in Brasile dopo una spaventosa epidemia di febbre dengue nel 2019, è una malattia che può colpire anche la élite, in un Paese in cui il divario tra ricchi e poveri è così largo. Questa è la enorme differenza tra l’epidemia da 2,3 milioni di contagiati nel 2019 e quella da 1200 casi accertati di queste settimane. 

Non stupisce a questo punto che, mentre l’epidemia di dengue era ancora a numeri accettabili, il governo brasiliano non abbia attuato corpose operazioni di disinfestazione contro la zanzara responsabile della malattia, mentre oggi – con un numero di casi irrisorio se confrontato con l’epidemia dell’anno scorso – vengono chiuse le frontiere mentre piano piano inizia a diffondersi la quarantena «all’europea». 

Questo non significa certo che l’epidemia di coronavirus in Brasile debba essere sottovalutata, bensì mostra come l’atteggiamento delle istituzioni sia molto diverso rispetto, per esempio, all’anno scorso. Forse perché la fascia di popolazione più colpita è diversa? Il dubbio viene, ovviamente.
Se in Europa il coronavirus è un’emergenza unica nella storia degli ultimi decenni, in altri Paesi non è la sola epidemia degli ultimi anni. Ma le epidemie sono come le persone: alcune sono più uguali delle altre. 

(Ha collaborato Débora De Godoy Vasconcellos)

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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