Il senso del ritmo è innato: lo dice la scienza

La musica è un aspetto molto importante della nostra vita. È un modo per svagarsi, per comunicare, un complemento fondamentale ai film sotto forma di colonna sonora, nelle pubblicità e così via. Ma cosa permette all’uomo di produrre e apprezzare la musica?

La comunità scientifica si è posta tale problema negli ultimi anni e ha iniziato ad analizzare il concetto di musicalità: questo termine indica delle capacità che permettono di fare e ascoltare musica (per esempio, il senso del ritmo o la preferenza per suoni armoniosi piuttosto che dissonanti). Analizzando un largo campione di canzoni provenienti da tutto il mondo, è stato notato che ci sono alcune caratteristiche universali: quasi tutte le canzoni hanno un certo ritmo fondamentale che tende a ripetersi. Inoltre, anche dal punto di vista del suono ci sono aspetti ricorrenti: esiste una precisa divisione in ottave e viene usata una serie di intervalli abbastanza limitata.

L’uomo ha la straordinaria capacità di riconoscere il genere di una canzone, perfino di una che è stata prodotta dalla parte opposta del mondo. È stato fatto uno studio basato sulla raccolta di brani provenienti da tutti i continenti e il risultato ha confermato l’universalità della musica: si è scoperto che se, per esempio, un Europeo sente una ninna nanna cinese riuscirà a intuire che quella canzone è una ninna nanna. Tale capacità non dipende dalle caratteristiche assolute del pezzo, che ovviamente cambiano notevolmente a seconda della provenienza, bensì da qualità relative: è la comparazione che permette all’uomo di estrarre il significato generale del brano.

La ricerca ha concluso che, per poter apprezzare la musica, è necessario possedere l’orecchio relativo, che si oppone al famoso «orecchio assoluto». Chi possiede l’orecchio assoluto è in grado di riconoscere una nota senza avere punti di riferimento e individuare la sua frequenza assoluta (cioè l’altezza di un certo suono). Questa capacità è tipica degli uccelli, che comunicano tramite il cinguettio e sono dunque molto evoluti nel riconoscere i suoni in modo assoluto.
Al contrario, l’uomo tende a perdere l’orecchio assoluto ma è estremamente abile nell’orecchio relativo: ciò significa che sentendo una determinata melodia, l’uomo riconosce la stessa melodia anche ad altezze diverse. Per esempio, la canzone di buon compleanno può essere cantata a toni più bassi o più alti ma tutti la riconoscono. Per un uccello, invece, se la melodia è a un’altezza diversa, viene riconosciuto come un motivo diverso.

È fondamentale anche il senso del ritmo. La comunità scientifica si è posta una domanda particolarmente interessante: il senso del ritmo è qualcosa di appreso nei primi anni di vita o una capacità innata? Per dare una risposta, sono stati studiati alcuni bambini di pochi giorni di vita: per capire se hanno un senso del ritmo è stato sfruttato l’elettroencefalogramma (EEG), una pratica completamente non invasiva che registra i potenziali del cervello. L’uomo adulto, quando sente un certo ritmo, assume che il ritmo continuerà in modo regolare e quindi sviluppa un’aspettativa su di esso. Quando il ritmo cambia o viene saltato un colpo, il cervello registra la sorpresa e l’aspettativa disattesa: questa reazione produce una precisa onda all’EEG. Nei neonati è stata ritrovata quest’onda ed è stato quindi dimostrato che il senso del ritmo è innato. È presente dalla nascita e deve essere quindi il risultato di un processo evolutivo, al momento ancora sconosciuto e che verrà probabilmente approfondito con le ricerche future. Le principali ipotesi sono che la musicalità potesse svolgere un ruolo nella scelta del partner, oppure che fosse utile per coordinare le attività di gruppo.

Sofia Roero

Sono una studentessa della facoltà di Medicina e Chirurgia di Torino. Scrivo principalmente di argomenti scientifici, tentando di divulgare ciò che più mi appassiona.

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