Viviamo in una società gassosa che non può trovare la Cura

È arrivata. Dopo sette settimane di chiusura totale e asfissiante l’Italia è entrata nella Fase 2.
Nolenti o volenti, coscienti o incoscienti, tutti, nei nostri diari di bordo scritti o non scritti, pubblici o segreti, digitali o analogici, abbiamo registrato il nuovo ritmo della vita quotidiana, abbiamo annottato le attività mai provate prima e abbiamo descritto la nuova portata di quelle già conosciute, segnalando gli effetti diversi e controversi che questa pandemia surreale ha suscitato in noi goccia dopo goccia, colore di emergenza dopo colore, barriera dopo barriera.
Abbiamo e continuiamo a (sopra)vvivere in un nuovo universo, dove le certezze di ieri sono state stravolte dalle incertezze dell’oggi e del domani. Quale il destino della nostra dimora privata sigillata, del nostro villaggio cittadino che non cresce, delle Regioni in battaglia, della nostra Nazione che arranca ma resiste, della loro Unione Europea e della nostra Europea Divisione, del Globo iperconnesso e ultra-esposto a virus noti e ignoti?

Solo un incontestabile convincimento ha retto e guidato da remoto l’interezza delle nostre giornate: il dovere di stare a casa.
Per chi una casa non ce l’ha, come i i 50mila senzatetto vaganti in Italia, nuovi e vecchi disoccupati senza famiglia e senza protezione, lottare contro la paura è stato e continua ad essere ancora più difficile. Per la risoluzione di un problema non connesso unicamente a ragioni umanitarie di solidarietà, ma anche a gravi questioni di sanità pubblica, le Regioni, i Comuni e gli enti del terzo settore hanno predisposto in via straordinaria misure differenziate da calare nello specifico contesto territoriale, affrontando contestualmente anche un drastico calo del numero dei volontari, annichiliti anche loro dallo spargimento del terrore e della diffidenza.

L’irremovibile e onnipresente rischio che, con aperture indiscriminate dei vecchi centri saturi, non si possa agire nel rispetto del distanziamento sociale e del tracciamento dei possibili contagiati, ha indotto gli enti locali e i filantropi a scegliere, in larga parte, la via della distribuzione esterna di pasti, coperte, vestiti e medicine, ma è tempo che sorga, nelle varie realtà cittadine, una nuova sensibilità, un’attenzione maggiore verso il potenziamento dei servizi per chi non può curarsi da sé e compromette irrimediabilmente la cura che gli altri destinano a sé stessi.

Oggi, al tempo della pandemia, le attività di guadagno sono per molti svanite, per alcuni continuano a persistere in forma meno cospicua, per pochi proseguono intatti, seppur sotto lo stravolgimento sismico delle antiche abitudini, per pochissimi, invece, come Amazon, Netflix, Microsoft, Nintendo, Sony e i grandi venditori di prodotti alimentari e farmaceutici, il guadagno è addirittura in forte aumento. Il profitto individuale, ad ogni modo, costante preoccupazione delle vite dei singoli, costante fondamento della guerra di tutti contro tutti, non è più sufficiente a garantire la sicurezza dell’individuo.
Il singolo non dispone più della facoltà di edificare il proprio benessere a partire dalla cura della persona, ma è posto, piuttosto, dinanzi ad una nuova sfida architettonica: la formazione di una rete di protezione collettiva, in cui l’io sappia trovare il noi, in cui il noi sappia trovare gli io.

Le maratone di raccolta, gli studi scientifici sono orientati al raggiungimento di un vaccino che agisca da cura effettiva contro il virus. Nelle prossime settimane di chiusura e di isolamento, però, tutti siamo chiamati a fornire la cura delle cure: la preoccupazione attenta per gli altri.
Ieri eravamo gli atomi di una società liquida, oggi appariamo come gli atomi di una società gassosa, dove l’io si abbandona all’illusoria percezione di essere l’unico protagonista del mondo, dove le distanze sono incolmabili, la capacità di comunicare è resa meno accessibile, le voci si confondono e variano ad intermittenza, ma domani potremo essere le braccia di una società solida, dove la comunità possa fare da tetto per proteggere tutti da una nuova bufera.
Nel rimedio che sapremo escogitare si nasconde il nostro destino.

Carmen Calì

Classe 2000, figlia del XXI secolo e delle sue contraddizioni. Ho conseguito la maturità presso il Liceo Classico Eschilo di Gela e frequento la facoltà di Giurisprudenza presso l'Università di Trento

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