Bonafede-Di Matteo: perché è un dibattito tutto sbagliato

Dopo due mesi e mezzo in cui non si parla altro che di coronavirus, una notizia è riuscita a trovare spazio nell’epidemia: lo scontro tra il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e il magistrato Nino Di Matteo, il più grande simbolo dell’antimafia italiana, da 27 anni sotto scorta. Come ha spiegato su questo sito Simone Romanato, il 3 maggio, durante la trasmissione Non è l’Arena di Massimo Giletti Di Matteo ha dichiarato che nel 2018 gli era stato proposto da Bonafede la direzione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), ma pochi giorni dopo Bonafede ci ripensò, offrendogli il posto che fu di Falcone al ministero della Giustizia presso il dipartimento degli affari penali. Posto che Di Matteo rifiutò. Cosa importante: i boss avevano manifestato scontento e disagio per la possibile nomina del magistrato a capo del Dap.

Stiamo parlando di due persone perbene, di spiccata onestà e incorruttibilità, che però dicono due cose diverse e completamente discordanti. Chi ha ragione? Questo non spetta a noi dirlo. Oggi vorremmo condividere con il lettore alcune considerazioni che vanno tutte nella stessa direzione: questo dibattito è tutto sbagliato.

  • È sbagliato nei luoghi: non si sgancia una bomba come questa a Non è l’Arena di Massimo Giletti. C’è un posto adatto a questi discorsi che è la Commissione Antimafia, in cui la priorità è la chiarezza, non l’audience.
  • È sbagliato nei tempi: perché tirare fuori oggi questi episodi oggi, a distanza di due anni?
  • È sbagliato per una questione di opportunità: Di Matteo, volente o nolente, è sempre stato un eroe per il Movimento 5 Stelle. Un dissidio così profondo tra il magistrato e il ministro della Giustizia del Movimento può creare una spaccatura in cui più di qualcuno potrebbe pensare bene di infilarsi. Basti pensare che Forza Italia (sì, Forza Italia, il partito cofondato da Marcello Dell’Utri) si è unita a Lega e Fratelli d’Italia per una mozione di sfiducia diretta ad Alfonso Bonafede, usando come pretesto la scarcerazione di alcuni boss mafiosi durante l’emergenza coronavirus.
  • È sbagliato perché dà un’alibi a chi vuole rendersi autore di giravolte tragicomiche: Matteo Salvini, che due anni fa si era presentato al Quirinale con il pregiudicato Silvio Berlusconi, si è permesso di dire che esistono «sospetti preoccupanti avanzati da un pm antimafia. Pensate se fosse accaduto a un ministro della Lega o a Berlusconi: sarebbe stata la rivoluzione della sinistra». Salvini però non si ricorda che nel 2018 al governo c’era anche lui, e che quindi Bonafede era un ministro che lui per forza di cose doveva sostenere. Matteo Renzi, che fa parte del governo ma crede di essere all’opposizione, definisce la questione Bonafede-Di Matteo «il più grande scandalo della giustizia degli ultimi anni».

Non ci si può che augurare che questa polemica rientri con la stessa rapidità con cui è emersa. Se si inizia a creare fratture anche tra persone che (pur potendo piacere o non piacere) hanno fatto cose concrete e utili per la giustizia nel nostro Paese, non si sa davvero in che mani finiremo.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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