Silvia Romano e la linea statale sui riscatti

I tempi semplicistici che corrono rendono necessarie tre premesse fondamentali prima di analizzare il caso di Silvia Romano: la liberazione di un ostaggio incolume è sempre e comunque una bella notizia dal punto di vista umano, che nessuno con un minimo di cuore e cervello dovrebbe nemmeno immaginare di poter contestare. Secondo, se durante i mesi di prigionia la giovane ha davvero ritenuto di convertirsi all’Islam come si vocifera, sono affaracci suoi e della sua libertà di coscienza. Terzo, non vi è alcuna colpa individuale di Silvia per il fatto di trovarsi lì come volontaria. Soltanto porre la questione su questo piano dimostra un apice di stupidità interpretativa difficilmente eguagliabile: chiunque fa le proprie legittime scelte e va incontro alle conseguenze del caso, su cui questo articolo intende ragionare.

Dipanato il fumus di sterili polemiche morali e ideologiche atte a deviare il senso critico, è ora di passare al punto focale della vicenda: il ruolo dello Stato nella trattativa e il significato dei suoi gesti.

Posto che tale sequestro ha posto di fronte due soggetti, ovvero uno Stato di Diritto e un’organizzazione terroristica, l’esercizio della Memoria, se non è selettivo e puramente celebrativo, riporta quasi istantaneamente a quattro decenni fa, quando il terrorismo e i sequestri imperversavano sul suolo italico. Mafie, Anonima Sarda, vari gruppi di banditi ed estremisti politici, con in testa le Brigate Rosse, utilizzavano spesso e volentieri tale metodo per ottenere finanziamenti oppure, nel caso degli eversivi, riconoscimento politico, con esempio cardine il caso Moro, inquadrandolo soltanto nella verità ufficiale.

Interrogati successivamente, tutti convenivano che, confrontato con altri crimini associati al profitto illecito quali estorsione e rapina, il sequestro conducesse al massimo guadagno comportando il minimo rischio di incolumità e cattura. Per questo motivo l’Italia si trovò a fronteggiare un arco della propria storia costellato di rapimenti, praticamente annullato all’inizio degli anni ’90 per effetto di un intervento legislativo doloroso, ma necessario, ovvero il congelamento dei beni delle famiglie del sequestrato, al fine di impedire il pagamento del riscatto. A quel punto, le bande criminali costituite al solo fine di sequestrare per profitto persero ogni ragion d’essere, le Mafie se ne disinteressarono e le associazioni di estremisti erano ormai ridotte all’impotenza a causa della definitiva mancanza di interlocuzione istituzionale, diretta conseguenza della linea della fermezza portata dal governo su sollecitazione del PCI e di alcuni rami della DC durante il rapimento Moro.

Il motivo di questa scelta, che inevitabilmente finisce per bagnare le mani di sangue di chi la compie, è facilmente comprensibile ponendosi nei panni dei sequestratori: un riscatto monetario significa nuovi armamenti e linfa vitale all’attività criminale, la buona riuscita di un ricatto diviene un incentivo a reiterarlo. L’assenza di entrambi rende del tutto inutile il rapimento stesso.

Nonostante ufficialmente nè confermato nè smentito, il pagamento del riscatto viene dato per certo da un gran numero di fonti giornalistiche e da contatti somali. Se così fosse, i soldi spesi per salvare la vita di Silvia Romano sono già in corso di trasformazione in proiettili e bombe ad uso dei militanti di Al-Shabaab, che un domani si tramuteranno nella perdita di un numero esponenzialmente maggiore di altre vite nel corso dei loro atti terroristici, nonché in altri casi di sequestri, di cui gli italiani diventeranno vittime assai preferibili. In conclusione, pur cantando vittoria nell’immediato, lo Stato italiano ha pilatescamente contribuito ad alimentare tale circolo mortifero. Ciò porta a porsi parecchie domande: perchè si è verificato un tale abnorme passo indietro rispetto al passato, quando non ci si era piegati nemmeno per salvare il Primo Ministro? Si tratta di interesse a conseguire un risultato in politica estera o di semplice debolezza dell’intelligence, inabile a trovare altri modi per arrivare al rilascio? Inoltre, verrà seguito lo stesso iter per gli altri casi di italiani attualmente sequestrati, distribuendo ulteriori milioni ad associazioni criminali sparse nel mondo? Succederà lo stesso in futuro?

Fare tutto il possibile per salvare una vita umana è doveroso, ma la nostra Storia recente narra che, per uno Stato, il pagamento di un riscatto non rientra in tutto il possibile.

Marco Ferreri

Classe 1993, volevo fare il giornalista ma non ho la lingua abbastanza svelta. Mi arrabatto tra servire pietanze, aprire e consumare bottiglie di vino, crisi esistenziali, argomenti complessi, riflessioni filosofiche di cui non frega niente a nessuno e giochi di ruolo. Amo il paradosso, dunque non posso essere più felice di stare al mondo.

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