Perché militare in un partito deve diventare di nuovo la normalità

Militare in un partito al giorno d’oggi appare come un’attività obsoleta. Basta soffermarsi a pensare a chi tra i nostri amici e parenti sia membro di una formazione politica. Una minoranza. Forse a qualcuno non verrebbe in mente neanche un nome. Infatti, se non è troppo diffuso riscontrare un vago interesse per le vicende parlamentari, la effettiva appartenenza a un partito è fatto ancora più raro nel 2020.

Quante volte abbiamo udito pronunciare con orgoglio: «Io sono senza tessere di partito»? Innumerevoli. Ecco, senza dubbio, per svolgere alcune professioni che prevedono requisiti di terzietà e imparzialità, essere privi di dichiarata connotazione ideologica è un punto a favore. Pensiamo, ad esempio, ai membri della magistratura. Per il resto della popolazione, invece, non dovrebbe rappresentare gran motivo di vanto. Certo, chi si presenta in quel modo lo reputa un biglietto da visita di libertà e indipendenza, ma vediamo quanta povertà democratica e culturale si trascina dietro chi non sceglie di iscriversi a un partito.

In primis, occorre precisare che non si intende un partito in stile Seconda Repubblica, ossia un’impresa, un comitato affaristico pompato da un astuto staff comunicazione, con a capo una personalità carismatica che pone il suo gran faccione sui manifesti elettorali, mentre la base è composta da lacché in perpetua adorazione del leader (perché così si definiscono) che tentano di scalare i vertici e assicurarsi una poltrona ben retribuita. In questa sede, indichiamo come partito una formazione sì gerarchica, perché prescindere dalla gerarchia equivale ad affidare il potere a qualcuno che de facto se lo prende; tuttavia, comunitaria, in cui si supera la dimensione individuale per costruire una realtà sociale.

Presto si comprende perché è divenuto così inusuale associarsi a un partito. Innanzitutto, prenderne parte è ritenuta pressoché una mossa per fare carriera, cosicché chi, modesto d’aspirazioni, non ne è interessato, ne rimane alla larga. In secondo luogo, iscriversi corrisponde ad abbandonare l’abitudine a fare da soli che si dimostra tipica di questa epoca tanto individualistica. Infatti, si è chiamati a collaborare, a mettersi al servizio di un progetto, a confrontarsi con un gruppo: operazioni non semplici in un periodo storico in cui si preferisce chiudersi in sé stessi, sovente con la convinzione che la propria idea debba a priori essere preferibile rispetto alle altre.

Quante occasioni perde però chi decide di non mettersi in gioco!
Il partito, se sano e ben strutturato, permette, infatti, di misurarsi con le proprie capacità e di offrirle per il raggiungimento di uno scopo comune. Ci si riscopre, così, animali sociali e si affinano le differenti competenze che appartengono al singolo, esaltandole nello scambio e nell’unione con quelle degli altri soci. Inoltre, accade che si sperimentino mansioni e attività mai praticate prima, con il risultato di rendere migliori le proprie abilità, spendibili poi nel lavoro e nella vita, in favore della società tutta.
Molto rilevante è anche la circolazione di punti di vista e riflessioni che, partorite da membri dal diverso percorso di studi e professionale, contaminano quelle degli altri compagni di battaglie, ampliando e arricchendo il bagaglio culturale. Questo può anche determinare la comprensione dei propri limiti e la correzione dei propri errori, con l’acquisizione di maggiore umiltà e di scoperta di sfumature di pensiero precedentemente non contemplate.

Soprattutto, costruire un partito equivale a nutrire la democrazia, perché solo l’associazionismo politico contribuisce ad alimentare l’organo preposto alla sua realizzazione, vale a dire il Parlamento. Se muoiono le realtà partitiche, quelle partecipate, quelle popolari, prevale la solitudine che fa tanto comodo a chi ritiene un intralcio le istituzioni in cui è il popolo a operare assecondando i propri scopi e perseguendo i propri interessi.
Schierarsi e fare la propria parte, senza aspettare che qualcun altro se ne prenda carico, perciò, è l’unico modo per onorare la Repubblica e chi la volle.

Gerarda Monaco

Classe 1995, studentessa universitaria. Il diritto e la politica sono il mio pane quotidiano, la mia croce e delizia, ma (per ora) non campo né di uno né dell'altra. Vi rassicuro: le frasi fatte solo nelle informazioni biografiche.

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