Togliere la statua di Montanelli? Una follia

La conoscenza della storia è un’arte difficile. Quindi ben venga togliere la statua di Indro Montanelli e reintitolare il parco che porta il suo nome in virtù di alcune dichiarazioni non fraintendibili fatte cinquant’anni fa. Il mondo va diviso in buoni e cattivi, in persone che vale la pena di ricordare e di commemorare e schifosi personaggi che è bene gettare nell’oblio. Discernere un uomo dal suo lavoro è cosa per pochi, molto meglio decidere a priori chi va dimenticato. Poco importa se quest’uomo, oltre a farsi portavoce di una mentalità coloniale fuori dal tempo e dalla logica, sia stato anche il miglior giornalista italiano: Montanelli aveva comprato una moglie bambina come Pier Paolo Pasolini era quello che sfogava i suoi piaceri con dei ragazzini che si prostituivano anche talvolta per fame.

A questo punto togliamo anche le statue di Giulio Cesare, il cui progressismo ci è ignoto, e proseguiamo a distinguere bene e male senza contestualizzare, pretendendo che le posizioni che noi oggi giudichiamo sacrosante lo siano sempre stato, o perlomeno dovessero esserlo. La mentalità malata che vuole censurare ciò che oggi non è più ammissibile porta, come ha spiegato ieri Marco Ferreri su questo blog, a una deleteria damnatio memoriae.

Indro Montanelli ha fatto bene o ha fatto male alla città di Milano e all’Italia? A voi la risposta. Quello che posso dire è che, tanto per tornare sulla cronaca, Cristoforo Colombo – la cui statua è stata tirata giù in Minnesota – non ha fatto bene al continente americano. In tanti in questi giorni lo stanno ricordando come un poveraccio che, credendo di arrivare in India, ha «scoperto» le Americhe. Questo è vero, ma è anche vero che dopo il suo primo viaggio lungo l’Atlantico, Colombo venne nominato viceré e governatore delle Indie, titoli che lo portarono ad amministrare l’isola di Hispaniola nelle Antille. E lì iniziarono le proteste per la sua brutalità, tant’è che la regina Isabella e il re Ferdinando di Spagna lo rimossero dal suo incarico. Una brutalità che il navigatore sfogava sia sui coloni che sugli indigeni e che sono un po’ il simbolo di un colonialismo i cui effetti si vedono ancora oggi.

Questo significa che è stato giusto abbattere la statua di Cristoforo Colombo? Certo che no. Tirare giù una statua significa cercare di cancellare un inequivocabile segno del passato e questo è folle. Più sensato sarebbe stato spostarla dentro un museo, dando così un messaggio diverso: questa è la nostra storia, ma non ne facciamo un simbolo.

La statua di Indro Montanelli non commemora un eroe militare del regime fascista, bensì un giornalista che ha continuato a scrivere per 56 anni dopo la caduta del fascismo. Nessuno può pensare che in epoca repubblicana (e molto recente) gli siano stati intitolati dei giardini in quanto esempio di progressismo, anticolonialismo e femminismo. È difficile da accettare che una persona con alcuni scheletri nell’armadio sia ancora, a 19 anni dalla sua morte, un esempio per tantissimi giovani giornalisti? Un esempio professionale, non umano.

Se davvero non riusciamo a distinguere tra ambiti diversi, togliamo tutti i nomi dalle vie e dalle piazze, e abbattiamo tutte le statue.
Nessuno dev’essere un esempio umano, nessuno è una divinità, qualcuno è un eroe. Ma se celebriamo solo gli eroi, le nostre preghiere saranno mute per tanto tempo.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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