Fotografia: analogico, digitale o smartphone?

Il mondo della fotografia è famoso per discutere animatamente sul nulla, o su «problemi» interessanti quanto le liti sul sesso degli angeli. Chi scrive è anche un fotografo, quindi come possiamo esimerci dall’approfondire una questione che crea interessanti dibattiti come la seguente domanda: meglio l’analogico, il digitale e lo smartphone?

La questione potrebbe essere risolta rapidamente con un paragone musicale: meglio una chitarra classica, una acustica o una elettrica? La risposta è, ovviamente, che dipende da ciò che si vuole fare. Ed è una risposta che va bene anche per la questione al centro di questo articolo: è ovvio che se si vuole scattare foto «studiate» senza lasciarsi prendere dalla smania dell’ndo cojo cojo, l’analogico è perfetto. Anche perché è più semplice trovare ottime macchine fotografiche usate a prezzi accessibili. Si deve però pagare lo sviluppo ed, eventualmente, la stampa o uno scanner per negativi. Ma nel 2020 vi portereste una macchina fotografica analogica e una decina di rullini in un viaggio? Io penso di no.

Il digitale è più comodo e prevede una spesa una tantum, non legata al numero delle foto fatte. Le memory-card in commercio possono contenere centinaia di fotografie che si possono esportare sul pc o sullo smartphone prima di formattarle e ricominciare. Il problema è la spesa iniziale, soprattutto per i giovani: comprare una macchina fotografica di fascia media con relativo obbiettivo significa poter spendere un po’ di soldi. E questo non tutti lo possono fare.

Per quanto riguarda lo smartphone, partiamo dal fatto che nominare questo aggeggio in una discussione tra fotografi significa camminare su un campo minato. Ma qui cerchiamo di parlarne senza pregiudizi. Lo smartphone ovviamente non fa fotografie all’altezza delle macchine fotografiche ma permette di scattare foto di qualità più che accettabile senza essere notati e senza portarsi appresso chili di attrezzatura.

Una delle critiche che vengono fatte a chi usa gli smartphone per fare fotografia è che in questi dispositivi l’intelligenza artificiale rende le foto quasi sempre decenti. Ma questa è una cosa positiva, non una cosa negativa. Perché l’importante è la foto, non come è stata fatta. Chi pensa che il miglior fotografo sia quello che sa usare meglio la macchina fotografica, chi pensa questo confonde l’arte con il tecnicismo. Il miglior fotografo è quello che sa usare al meglio il linguaggio della fotografia per comunicare qualcosa. Gli smartphone, con i loro automatismi, permettono di fare una foto ben riuscita senza settare per esempio il tempo di scatto, ma facendo così impediscono al fotografo di avere un maggior controllo sull’immagine. Quindi da una parte danno qualcosa, dall’altro tolgono qualcos’altro.

Ovviamente le lenti e i sensori di uno smartphone non sono paragonabili a quelli di una macchina fotografica di fascia media, ma se si scatta una foto per Instagram è molto difficile vedere la differenza. Se invece si vuole avere una stampa gigante di una foto, lì le differenze sono evidenti.

In conclusione, non esiste uno strumento migliore, dipende semplicemente da quelle che sono le esigenze economiche e incidentali di chi scatta. L’importante, lo ripetiamo, è il risultato.

P.s.: Riuscite a capire con che cosa ho scattato le immagini che trovate in questo articolo?

In sintesi:

Analogico
Pro: 
buone macchine a pochi soldi, evitano la smania di fotografare tutto.
Contro: spese di sviluppo e stampa, attesa prima di avere la fotografia.

Digitale
Pro: si può fotografare gratis.
Contro: macchine fotografiche costose, pesanti e ingrombranti, si tende a fare centinaia di scatti per poi salvarne una decina.

Smartphone
Pro: 
oggetto di uso comune, leggero, facile da usare e che non si nota.
Contro: l’intelligenza artificiale toglie controllo al fotografo, le lenti e i sensori non sono paragonabili a quelli di una fotocamera.

 

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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