Tokyo 2021, l’imponente impresa giapponese contro il Coronavirus

Negli stadi olimpici animati da scroscianti applausi abbiamo imparato ad assistere alle corse gloriose di Usain Bolt. Nelle piscine del nuoto colorate da bandiere ci siamo emozionati nel celebrare le recenti vittorie della squadra italiana. Il fischio dell’arbitro ad 8 secondi da ogni battuta ha impietrito i cuori di ogni appassionato pallavolista. L’arena di ghiaccio di Sochi ha osservato salto dopo salto l’assai discussa scalata di Adelina Sotnikova verso l’Olimpo del pattinaggio di figura femminile. I piccoli schermi delle dimore private hanno poi trasmesso queste immagini e hanno fatto sì che l’intero globo terrestre fosse sintonizzato sui 5 cerchi.
Gli italiani meno giovani, invece, serbano in ricordo le trionfanti immagini di Nino Benvenuti, il campione del pugilato italiano che a Roma 1960, nei mesi più fulgidi del Miracolo Italiano, riuscì a indossare la medaglia d’oro e a divenire il simbolo del risveglio italiano. L’esperienza olimpica segnò per la capitale d’Italia l’avvio della rigenerazione, il traghettamento verso la breve era del boom economico, della dolce vita, del benessere, ma anche l’apertura per la capitale di un debito pari a 1 miliardo di euro, padre della successiva fase di regressione economica e spirituale dello Stivale.

Così, a distanza di 60 anni dalla Roma olimpica, i giochi a cinque cerchi costituiscono un evento inaccessibile, un sogno proibito la cui realizzazione passa per sentieri impervi ed imprevisti dai catastrofici effetti, che impongono al Comitato organizzatore, dinanzi al rischio dell’implosione, la forza di imporre direzioni innovative.
Se la portata titanica dei costi diretti e indiretti e difficilmente prevedibili ha funto nel passato da elemento dissuasivo per più di un governo nazionale, oggi ad emergere quale primo ostacolo sono gli effetti della pandemia. Sul flebile progetto olimpico soffia, infatti, il vento delle plurime e future ondate di contagi, che rischiano di trasformare ogni evento sportivo in una potenziale miniera di focolai.
A lottare affinché l’ostacolo pandemico non si trasformi in un nemico insormontabile è il malcapitato Giappone, l’arcipelago asiatico già stroncato, nel primo trimestre del 2020, dalla prima
grave recessione dopo quattro anni di crescita.
Come chiarito da Yoshiro Mori, presidente del comitato organizzatore, e da Yoshikate Yokokura,
presidente dell’Associazione dei Medici del Giappone, se lo scenario pandemico risulterà incontrollabile e non regolato dal vaccino, la prossima edizione dei Giochi Olimpici potrà dirsi questione sepolta.

In data 25 marzo 2020, contro la devastante ipotesi della cancellazione definitiva, foriera di una potenziale perdita tra i 38 miliardi e 65,9 miliardi di euro, il governo di Shinzo Abe e il Comitato Olimpico Internazionale,diretto dal tedesco Thomas Bach, hanno preferito opporre la scelta del rinvio all’anno 2021, produttrice di una perdita di circa 7 miliardi di dollari, ma capace di conservare viva la fiaccola olimpica, nella speranza che a distanza di 1 anno e 1 mese da adesso lo sviluppo della pandemia sia già caduto in fase decrescente e i duri investimenti sopportati per il compimento dell’edizione numero 32 siano marginalmente coperti dai ricavi scaturenti per il CIO dalla vendita dei biglietti e dei diritti televisivi.

Il costo di pianificazione dei giochi olimpici di Tokyo 2021, stimato in 12,6 miliardi di dollari, ha, però, già superato la pletorica spesa brasiliana per l’organizzazione di Rio 2016, in occasione della quale gli investimenti ufficiali furono pari a 11,1 miliardi di dollari.
A minacciare ulteriormente la sostenibilità del progetto in fieri sono le 88 grandi aziende obbligate da contratti di sponsorizzazione verso il CIO, due terzi delle quali, nel clima ammorbato da pesanti insicurezze, ostentano nervosismo e, secondo un sondaggio dell’emittente pubblica nipponica NHK, non sono pronte a riconfermare la propria obbligazione contrattuale.
Le Olimpiadi, infatti, lungi dall’essere unicamente terreno di scontro sportivo tra atleti e Nazioni, rappresentano lo scenario del grande agone capitalistico. Heineken, Visa e Nissan sono solo alcuni dei potenti marchi lautamente esposti nei pressi dei campus olimpici di Rio per dimostrare ai consumatori del pianeta di essere i migliori. Per Tokyo 2020, nell’era precedente all’emersione della pandemia, era stato fatto segnare un nuovo record, in termini di entrate derivanti dalle sponsorizzazioni, stimato in 3 miliardi di dollari, pari a 3 volte quello registrato da Rio 2016, ma dopo il rinvio le condizioni sono irreversibilmente mutate e il Comitato organizzatore dovrà affrontare ex novo la rinegoziazione degli accordi di sponsorizzazione, un atto che mina in primo luogo, in via diretta, la solidità di 18 federazioni internazionali rappresentative degli sport olimpici minori e con minor raggio di diffusione, nonché finanziariamente dipendenti dal bilancio del quadriennio olimpico.

Per invertire la rotta, salvare il salvabile e segnare il profondo distacco dagli sprechi olimpici del passato, gli organizzatori puntano, allora, alla chiave risolutiva della semplificazione e della razionalizzazione di quanto, a distanza di appena 13 mesi, possa dirsi ancora semplificabile e razionalizzabile. Si va, dunque, verso la riduzione dei tempi previsti per le cerimonie di apertura e di chiusura, verso il ridimensionamento della forma scenografica e partecipativa degli incontri con una riduzione efficace degli spettatori e, soprattutto, si apre all’ipotesi di dire addio ai consueti 16 giorni di competizione per accogliere la compressione delle gare in 10 giorni.
Abbandonare i grandi fasti della tradizione, però, non potrebbe essere sufficiente.
Occorre, infatti, imprimere fiducia, prima che nei grandi investitori internazionali, negli elettori giapponesi, argutamente attratti dalla proposta di Abe di sfruttare i Giochi Olimpici quale trampolino di lancio per una nuova fase di crescita economica, ma adesso sempre più consci dell’onerosità del compito riversato sulle spalle di Tokyo. La fiducia del popolo giapponese segue, però, non solo le parole di Abe, ma anche i risvolti della pandemia.
Soltanto i destini del mondo , allora, potranno dirci se il rinvio costituirà l’occasione del rilancio e la vittoria dell’umanità globalizzata, oppure darà vita al fallimento dell’impresa giapponese e umana di salvare il salvabile.

Carmen Calì

Classe 2000, figlia del XXI secolo e delle sue contraddizioni. Ho conseguito la maturità presso il Liceo Classico Eschilo di Gela e frequento la facoltà di Giurisprudenza presso l'Università di Trento

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