Il polistirolo è inquinante, ma un batterio dello scarabeo potrebbe aiutare a smaltirlo

Molte volte sembra che la natura non solo segua il suo corso, ma che sia stata progettata in modo perfetto. Da sempre infatti la matematica e la fisica si accingono a teorizzare e spiegare ciò che per natura è già stato disegnato ed è funzionale e irripetibile già com’è.

Oltre a questo è interessante verificare come la natura sembra adattarsi anche alle mutazioni e alle modifiche apportate dall’uomo.

Una delle invenzioni che hanno rivoluzionato l’industria è il polistirolo espanso, un polimero aromatico termoplastico dello stirene e che solitamente assume la forma di una schiuma bianca che viene modellata e usata per l’imballaggio.
Questo tipo di isolante indistruttibile rappresenta ad oggi uno dei nemici principali della battaglia contro l’inquinamento e costituisce un enorme problema ambientale dato che impiega decenni se non secoli di tempo prima di riuscire a decomporsi completamente.

Un team di ricercatori dell’Università di Pohang ha portato a termine una ricerca che ha sorpreso molti e che vede nel principale avversario del polistirolo un esserino che proviene dalla natura stessa.

Secondo quanto emerge, le larve di una nuova specie di scarabeo riescono a scomporre il polimero dello stirene. La specie di coleottero sopraccitato dal professore Hyung Joon Cha e dal suo collaboratore Seongwook Woo, è stato identificato e quindi denominato Plesiophthophthalmus davidis.
Questo scarabeo scuro proviene dall’Asia centrale ed è in grado di ridurre la massa di polistirolo grazie ad alcuni batteri del genere Serratia presenti nella flora intestinale dell’insetto, che sono la chiave del deterioramento della plastica.
Infatti le larve riescono a ridurre progressivamente la massa di polistirolo ingerita e anzi, secondo i ricercatori, la quantità di batteri presente nell’intestino degli scarabei cresce all’incrementare della quantità di polistirolo ingerito raggiungendo un picco pari al 33% dell’intera flora intestinale.

La scoperta è sensazionale e potrebbe apportare una soluzione definitiva. Secondo quando ha dichiarato il professore Hyung Joon Cha nel comunicato stampa della presentazione dello studio pubblicato su Applied and Environmental Microbiology «Se usiamo il ceppo batterico degradante della plastica isolato in questo studio e replichiamo la semplice composizione floreale dell’intestino di Plesiophthophthalmus davidis, c’è la possibilità che potremmo biodegradare completamente il polistirolo, che è stato difficile da decomporre completamente, alla fine contribuire a risolvere il problema dei rifiuti di plastica che affrontiamo».

La strada ovviamente è ancora lunga ma si spera che per una volta sia proprio la natura ad indicarci la strada corretta. Del resto, come diceva anche Albert Einstein, «ogni cosa che puoi immaginare, la natura l’ha già creata.»

Luisa Bizzotto

Laureata all'Università di Padova Ingegneria Chimica e dei Materiali, frequento il corso internazionale Susteinable Technologies and Biotechnologies for Energy and Materials presso l'Almamater Studiorum Università di Bologna. Scrivo per La Voce che Stecca dal 16 luglio 2015 e su queste pagine mi occupo di cultura, musica e sport, ma soprattutto di scienza, la mia passione.

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