Caserma Levante: i primi sviluppi dell’inchiesta

Nonostante sia passata soltanto una settimana dall’inedito sequestro della caserma Levante di Piacenza, i cui militari sono agli arresti con l’accusa di spaccio di droga, arresto illegale, estorsione e tortura, dall’inchiesta inizia ad emergere una serie di particolari che, combinati con le prime ammissioni del leader del gruppo Giuseppe Montella, danno modo di ricostruire un quadro chiaro, nonché piuttosto sinistro, di una vicenda da serie tv. Non a caso, infatti, il caso Levante è stato immediatamente accostato a Gomorra per via degli schiaffoni nei confronti degli spacciatori trattenuti illegalmente e della provenienza geografica di Montella, sebbene l’analogia più calzante con il piccolo schermo è da ricercarsi nell’ormai datata serie cult americana The Shield, dove un gruppo di poliziotti dai metodi poco ortodossi finisce pian piano per immischiarsi sempre di più nel sistema criminale che avrebbe dovuto combattere, mentre colleghi e superiori sodalizzano, non vedono o fingono di non vedere a fronte dei risultati.

Nel rispondere alle domande del gip, Montella ha tirato in ballo i parigrado e accusato i diretti superiori, dichiarando inoltre una verità sacrosanta: tutta la caserma ha partecipato più o meno attivamente agli orrori. In effetti, per quanto efferato e spericolato, difficilmente un singolo uomo, o anche un piccolo gruppo di appuntati, avrebbe potuto perpetuare impunemente dalla fine del 2016 violenze e abusi sugli spacciatori in modo da liberare le zone per occuparle loro stessi tramite complici, stabilire un canale di rifornimento in cui paiono essere implicate le ‘ndrine della Locride, intimidire gli informatori a parole o ricompensarli per le dritte con parte delle sostanze sequestrate, organizzare orge con escort e transessuali e, in definitiva, fingersi servitori dello Stato per portare avanti attività immorali ed illecite con modalità da far invidia ai peggiori gangster anni Venti. Nonostante ciò, Montella è centrale nell’inchiesta, in quanto risulta il personaggio più carismatico ed appariscente del sodalizio, anche in virtù del suo altissimo tenore di vita (basti pensare ai dieci cambi di auto in dodici anni, che lo hanno portato dal rumorino di una Punto al rombo di un Mercedes Classe A, oltre all’acquisto di sedici moto), del tutto insostenibile con uno stipendio lordo di 31500 euro annuali.

Nonostante Montella abbia negato una regia dalle alte sfere, i pm volgono ora lo sguardo agli ufficiali presenti e passati della Levante e del comando provinciale, i quali non potevano non sapere, sebbene nessuno abbia mai messo sotto la lente d’ingrandimento gli strani comportamenti dei sottoposti, se non privatamente e con una certa reticenza. Il comandante della caserma Orlando, accusato dagli indagati di essere a conoscenza dei metodi operativi, ha preferito non rispondere, mentre l’ex comandante della compagnia di Piacenza Bezzeccheri, il quale spingeva apertamente Montella e i suoi ad eseguire più arresti e chiudeva un occhio sulle modalità al fine di migliorare le statistiche valutative, si è trincerato dietro il fatto di non aver mai ricevuto alcuna segnalazione di comportamenti scorretti. Al di fuori del circuito degli indagati, però, si registra il ruolo di un altro maggiore, rimasto giustamente anonimo, il quale ha prestato servizio alla Levante in passato. Siccome non si fidava dei dirigenti, ha raccontato alla polizia locale ciò che accadeva, riportando anche la testimonianza (poi verificata) di un informatore e dando così avvio all’inchiesta.

Per quanto insoddisfacente alla luce della gravità dei fatti, giunge la notizia positiva che l’Arma dei Carabinieri ha celermente disposto l’azzeramento dei vertici provinciali di Piacenza, a prescindere dal grado di coinvolgimento e di conoscenza delle pratiche criminose, da verificare durante gli sviluppi dell’inchiesta. Tale decisione è sicuramente frutto di un’evoluzione, seppur lieve, delle prassi corporativiste e spesso omertose adottate in passato dalle forze dell’ordine, dimostrate ad esempio nei casi Cucchi, Aldovrandi e scuola Diaz.

Si auspica dunque che, come dichiarato dal nuovo comandante della compagnia, tanto i singoli carabinieri quanto i loro responsabili prestino in futuro maggiore attenzione alla fiducia dei cittadini badando alla qualità dell’intervento, a discapito delle statistiche e dello spirito di corpo senza se e senza ma, allo scopo di ricoprire al meglio il ruolo, delicato ed essenziale, di tutori della legalità, e di riguadagnare la reputazione che tali casi di grave abuso non possono che incrinare.

Marco Ferreri

Classe 1993, volevo fare il giornalista ma non ho la lingua abbastanza svelta. Mi arrabatto tra servire pietanze, aprire e consumare bottiglie di vino, crisi esistenziali, argomenti complessi, riflessioni filosofiche di cui non frega niente a nessuno e giochi di ruolo. Amo il paradosso, dunque non posso essere più felice di stare al mondo.

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