Perché non possiamo dirci europeisti: troppo legati agli USA

Siamo europei, questo è innegabile: questo è bello. Molti sostengono: «Siamo europei, dunque dobbiamo essere europeisti!» La seconda parte della frase (per qualcuno) sembra consequenziale alla prima, ma lo è davvero?

Perché non possiamo dirci europeisti? Tale definizione, nei più, vuole contenere la meraviglia di coesistere spiritualmente coi propri fratelli, i propri «uguali» (gli abitanti dello stesso continente); ma, oltre ai contenuti morali dell’intuizione, di bellezza ne è rimasta poca. L’Unione europea, idealmente parlando, non dovrebbe estinguersi! Essa (come confederazione di Stati sovrani) potrebbe rappresentare il quarto polo geopolitico… Idealmente, si diceva. Invero è l’ancella degli USA, e imprime nelle nostre coscienze un americanismo spicciolo e nocivo: i più giovani neppure sanno di non essere americani, così traviati dai cartoni animati più popolari – che parlano di cultura e storia statunitense, e mostrano l’Europa come una terra primitiva: da convertire al verbo più vero.

Effettivamente, agli Stati Uniti, riconosciamo la perfezione – e ancora ci dichiariamo loro devoti: giacché costretti sotto una pesante ala. A ogni guerra, infatti, siamo lieti di poter partecipare all’annientamento del popolo libero (e che, giustamente, vorrebbe rimanere tale) che essa ha preso di mira. L’europeismo è dunque un americanismo? È qualcosa di molto simile, è l’elaborazione europea d’un ideale unico di progresso à la americaine – con annessi tutti i suoi squallori. In ciò La Mecca verso la quale preghiamo è New York City (capitale finanziaria), un luogo che chiunque vorrebbe visitare almeno una volta nella vita: quel suo horror vacui (che rappresenta la pochezza del popolo che la abita) è, ormai, il nostro ideale di bellezza. «Vedi New York e poi muori»: lei è il paradiso, più in là non c’è niente. In alcune scuole ci si giostra meglio internamente alla lingua inglese che in quella nostrana: l’inglese (o meglio la sua riduzione popolare, il globish) viene visto, dagli anglofili, quale lingua franca utile a compensare i disagi causati dalla Caduta della Torre di Babele; come ciò che porrà la pace nel mondo, essendo imposta ai renitenti; come l’oggetto che saprà comunicare la pace, la necessità di questa (forzosamente spacciata quale invito, con cui corrispondere «volontariamente»).

Come nuovo latino, con cui si comunica la verità rilevata: la presenza immanente del Messia, gli Stati Uniti d’America. Nei licei artistici, i giovani musicisti scrivono i propri testi in inglese: ponendosi in una musicalità (della lingua) cui sono abituati, conseguentemente a un ascolto compulso – posizionandosi, così, in una superficie che permette loro l’espressione profonda mediante la pochezza concettuale; tradurre certi testi nella nostra lingua richiederebbe l’impegno d’un vero artista della parola (il quale dovrebbe sovrapporsi completamente all’oggetto originale). Eppure i testi in italiano, di questi giovani, trasmettono una grande aspirazione al di più – espressa, però, mediante un’importante povertà linguistica: ecco gli effetti della lingua franca… essa nullifica qualsiasi possibilità di trovare (per sé) gli strumenti adatti a fare arte, a esprimersi compiutamente sulle cose – nel senso apparentemente desiderato. Anche da qui viene l’ansia di non credersi adeguatamente compiuti per esprimere ciò che si è pubblicamente: nell’ambiguità culturale v’è una schizofrenia latente, che conduce i più profondi (alienati, però, dal reale – in cui, insipientemente, si riconoscono) a dire attraverso la sola superficie che aleggia su di loro, e poi in loro. Occorre dunque essere anglofobi, ma come fare? L’unica lingua veramente «importante» (che tutti devono conoscere, dicono) è l’inglese, appunto! Nelle scuole, ribellarsi a ciò (sostenendosi antiglobalisti, non studiando questa lingua per disprezzo) equivale al rallentamento del proprio percorso di studi, e pure all’incomprensione altrui.

Ecco perché non ci possiamo dire europeisti: il nostro continente, che, con piena arroganza, si impose sul resto del mondo, come può permettere quest’annichilimento passivo, questa morte culturale, meditata a tavolino, quale cosa da compiersi nell’arco di decenni? Come può l’Unione Europea spacciarsi quale desideroso quarto polo culturale nello scacchiere globale, se accetta ancora d’essere ghermita dal proprio aborto (come diceva Heidegger), l’America? Siamo ingenui, ma non prendiamoci in giro! Agli europei- e i più miseri ci cascano- viene insegnato d’avere una colpa profonda accumulata durante il corso della storia nei confronti del resto del mondo, data da quel carattere imperialista emulato (e aggravato) dalle attuali superpotenze. Crederlo non espia, ma ci condanna all’estinzione. Contrariamente a noi, che ci indeboliamo, gli americani persistono nella fortezza – nel credersi «portatori sani di democrazia»: l’unico popolo giusto, missionario di pace (e verità) oltreché felice angelo della morte. Perché mai dovremmo amare questi ultimi disprezzando ciò che siamo stati, contenendo qualsiasi nostra aspirazione alla libertà? Ma, poi, l’europeismo è davvero una religione pacifica?

Paolo Pera
(Continua)

La Voce che Stecca

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