Un anno dopo il discorso di Conte contro Salvini in Senato

È passato ormai un anno da quel 20 agosto 2019, quando la politica italiana per la prima volta sfociò su Pornhub. Stiamo parlando del discorso di 48 minuti in cui il presidente del Consiglio dimissionario Giuseppe Conte fa a pezzi il leader della Lega Matteo Salvini in Senato. Un video diventato virale anche sulle piattaforme di streaming di video porno, in cui i sottoscrittori hanno lavorato con la fantasia per immaginarsi una trama da film a luci rosse ai margini di Conte che ha fatto scempio del suo ex ministro dell’Interno.

Per chi non si ricordasse bene di che cosa stiamo parlando, una piccola sintesi. Il 7 agosto 2019 Matteo Salvini incontra Conte a Palazzo Chigi e gli preannuncia una crisi di governo da lui organizzata per andare a elezioni il prima possibile. Sempre quel giorno lo strappo inizia a diventare pubblico, con il leader della Lega che a Sabaudia dice: «È stato un anno bello, ma qualcosa si è rotto». Che cosa è successo? Mistero. A ciò seguono due settimane febbrili in cui i parlamentari vengono fatti tornare in fretta e furia a Roma dalle vacanze e Pd e M5S cercano di evitare a tutti i costi il ritorno alle urne che avrebbe voluto dire esercizio provvisorio di bilancio alla fine dell’anno e spread e Iva alle stelle.

«Considero pienamente legittimo per una formazione politica mirare a incrementare il proprio consenso elettorale, ma affinché un sistema democratico possa perseguire il bene comune e possa funzionare secondo criteri di efficienza, ogni partito è chiamato a operare una mediazione, filtrando gli interessi di parte alla luce degli interessi generali. Quando una forza politica si concentra solo su interessi di parte e valuta le proprie scelte esclusivamente secondo il metro della convenienza elettorale, non tradisce solo la vocazione più nobile della politica, ma finisce per compromettere l’interesse nazionale», spiega Conte in Senato, davanti a un Salvini che sembra lo studente impreparato che sta cercando di arrangiarsi durante un’interrogazione che non può finire bene.

Giuseppe Conte, che al tempo probabilmente pensava di aver finito la sua esperienza politica, non va molto per il sottile: «Chi ha compiti di responsabilità dovrebbe evitare, durante i comizi, di accostare agli slogan politici i simboli religiosi. Matteo, nella mia valutazione questi comportamenti non hanno nulla a che vedere con il principio di libertà di coscienza religiosa, piuttosto sono episodi di incoscienza religiosa, che rischiano di offendere il sentimento dei credenti e nello stesso tempo, vedi, di oscurare il principio di laicità, tratto fondamentale dello Stato moderno».

Giuseppe Conte può piacere o non piacere. Ma in questo caso il discorso esula dal giudizio che possiamo avere del politico e dell’uomo. Un anno fa è andato in scena qualcosa di nuovo nella politica del nostro Paese. Per la prima volta c’è stato un attacco deliberato e ragionato di un premier (si pensava) uscente a un suo ex ministro. Un attacco violento che per la prima volta ha costretto Matteo Salvini, principe della chiacchiera, a mostrare al Senato e al Paese le sue carte, che si sono rivelate tutte delle scartine.

Frasi come «Non hai cultura delle regole», «Hai carenza di cultura istituzionale», «Mi preoccupa la tua concezione su piazze e poteri, il sistema di pesi e contrappesi preclude vie autoritarie» e «Hai compromesso gli interessi nazionali in favore dei tuoi e quelli della Lega» sono state qualcosa di mai visto nella Storia della Repubblica.

A riprova del fatto che quello che è successo un anno fa in Senato non sono state solo parole, Matteo Salvini da allora non ne ha imbroccata una. Al di là di tutte le questioni giudiziarie che hanno colpito la Lega, i consensi non sono stati più quelli ottenuti alle Europee, segno che forse quell’harakiri è stato troppo anche per i suoi elettori, che notoriamente hanno comunque parecchio pelo sullo stomaco.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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