Referendum costituzionale: prime basi per dire no

Il 20 e 21 settembre prossimo, salvo sorprese, saremo chiamati a esprimere il nostro voto per il referendum costituzionale relativo al taglio dei parlamentari. Da un punto di vista pienamente neoliberista, ridurre il numero complessivo dei parlamentari da 945 a 600 significa andare a tagliare le poltrone e, di conseguenza, i cosiddetti «costi della politica». Costo con connotazione negativa a priori – come sempre accade per i neoliberisti – senza chiedersi se tale costo per la collettività sia funzionale a un miglior funzionamento della macchina democratica del nostro Paese. Anche in questo passaggio sottinteso costo = danno, si notano da lontano i dogmi sacri del pensiero neoliberista. Ma andiamo per gradi.

Chi segue da anni la politica e conosce un minimo i metodi e gli strumenti legislativi può perfettamente cogliere l’insensatezza di puntare il dito contro il numero dei parlamentari per risolvere presunti malfunzionamenti. Il potere legislativo costituzionalmente starebbe in mano al Parlamento, dunque all’Assemblea di eletti in rappresentanza del popolo. Tale Assemblea dovrebbe discutere le problematiche del Paese e trovare soluzioni condivise, ascoltando specialisti nei vari settori e presentando delle proposte di legge, in un iter procedurale che culmina con l’approvazione di tali proposte. Dall’altra parte, il potere esecutivo è posto in mano al governo. Tuttavia, ormai tra i cittadini si dà sostanzialmente per assodata la produzione di norme da parte del governo tramite la cosiddetta legislazione d’urgenza – decreti legge, decreti legislativi o, come visto ultimamente, DPCM – in un iter procedurale che sostituisce il Parlamento, passando molto spesso anche per le questioni di fiducia, e porta i parlamentari a un vincolo fortissimo, che finisce per limitarne fortemente il potere d’intervento.

Questo iter procedurale ha trovato sempre più spazio e si è consolidato tristemente come prassi via via che l’Italia si è andata legando all’Unione Europea, nella necessità di applicare le riforme richieste in maniera celere, depotenziando il Parlamento sulle note del:«ce lo chiede l’Europa!». Posta questa base fondamentale, ritorniamo al punto di partenza: ha senso imputare al numero di componenti del Parlamento la responsabilità della poca incisività?

Visti i punti precedentemente toccati, l’idea sembra essere molto più rivolta verso una certificazione, una firma di resa dell’organo parlamentare come elemento primario del nostro sistema costituzionale. Ciò che, a ben vedere, tentò di produrre anche la riforma Renzi – seppur con un assetto più complesso e pericoloso – fortunatamente bocciata il 4 dicembre 2016.

Perché dire NO alla riforma?

In primo luogo, tagliare il numero significa incidere sull’accentramento del potere politico nazionale verso una sorta di cartello oligopolistico dei partiti, dove l’alternativa nascente contrapposta all’esistente troverà ancor più complessa la sua fioritura, già ampiamente gambizzata dal sistema comunicativo. Il taglio genera l’innalzamento della soglia per l’elezione nei collegi: una sorta di catenaccio in difesa dei partiti più conosciuti.

In secondo luogo, tagliare il numero significa scremare da una base di eletti che già si ritiene non eccelsa delle possibili eccellenze, esterne a un sistema di potere. Questo perché, ben che vada, con il taglio si andranno a escludere un ugual numero di parlamentari pigiabottoni che di parlamentari connessi con il territorio. Salvo poi dover inserire nel conteggio eventuali dinamiche di partito che rischiano di favorire più i primi, fedeli, che i secondi, combattivi, preparati e, talvolta, scomodi.

Questi sono solo un numero ristretto di motivi ragionevoli che spingono necessariamente verso il no. Ci ritorneremo più nel dettaglio prossimamente.

Simone Usai

Simone, ventisettenne sardo, ha vagato in giovanissima età per il Piemonte, per poi far ritorno nell'isola che lo richiamava. Ama scrivere su tematiche politiche ed economiche. Legge per limitare la sua ignoranza.

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