Libano: la Francia alla riconquista di Beirut, ma l’Italia può giocare un ruolo decisivo

La stagione estiva dell’anno in corso giunge ormai alle porte e trasmette alle future generazioni il ricordo di una nuova esplosiva crisi libanese.
Nel tardo pomeriggio del 4 agosto Beirut, in un’altra epoca la Parigi del Medio Oriente, ha visto tremare le proprie strade dopo dodici anni di lungo e pacifico silenzio.
Nei fulminei attimi di panico che si sono susseguiti tra le due inaspettate esplosioni, il popolo libanese, addestrato alla guerra, ha risposto rifugiandosi nelle vie e nelle piazze dove un tempo fuggivano gli abitanti inseguiti dalle bombe.
In pochi secondi tutto è tornato come prima della grande ricostruzione.
Sull’asfalto, dove quarant’anni fa il popolo sventrato dalla guerra civile si radunava, la turba degli sfollati ha deciso di marciare per richiedere le dimissioni del primo ministro Hassan Diab, additato come ultimo responsabile di un’infinita e intricata catena di corruzione e volontaria negligenza.

Mustapha Adib è il  nuovo leader, 48 anni, sunnita nel rispetto della costituzione, in natura accademico, ma con un recente passato da diplomatico, è il tecnocrate che unisce i partiti confessionali, la classe dirigente di gestione familiare che non vuole morire sotto l’assalto dei tumulti popolari.
Il Libano che non partecipa alla divisione feudale del potere politico vuole ben altro, richiede la rivoluzione, o meglio, la rigenerazione.

Mentre il Libano si apre, così, alle consultazioni per la formazione del nuovo governo, Emmanuel Macron, dalla sempre florida Parigi, abbracciato dai libanesi in protesta, comanda ai clan politici locali il ritmo, l’intensità e il contenuto delle riforme necessarie per la rifondazione.
Se la rabbia del Libano incontra la risposta dei cugini transalpini, da sempre strettamente connessi alla realtà libanese dal retaggio di un mai dimenticato protettorato, anche l’Italia è disposta ad offrire alla nazione distrutta il suo intervento di pronto ausilio.

La spartizione dei giacimenti di petrolio e gas che si nascondono sotto il suolo libanese raffigura chiaramente la dimensione reale delle forze internazionali in campo.
A Francia e Italia, rappresentate dalle due giganti multinazionali Total ed Eni, spetta a pari quota il 40% dell’oro nero del Libano, mentre solo un residuale 20% può dirsi sotto il controllo della russa Novatek.
In termini di controllo militare, invece, ne emerge per lo Stivale un quadro ancor più imponente.
La missione Unifil, la forza militare di interposizione ONU, composta da oltre 10mila soldati provenienti da 42 paesi e adibita per la repressione dell’invasione israeliana del meridione libanese, è dal 2006 sotto l’attivo controllo dell’esercito italiano. Il generale Stefano Del Col è, infatti, al comando dell’operazione, mentre il gruppo italiano, che vanta oltre un migliaio di militari, costituisce la compagine primaria. Secondo una voce interna, il generale in congedo Marco Bertolini, alla base della suggestiva attenzione italiana verso il Libano, è da considerare il ruolo geopolitico di cerniera che il Paese dei Cedri svolge rispetto alle aree in crisi del Medio Oriente, regioni da dove si dipartono conflitti tra Turchia, Siria, Iran e Arabia Saudita, che hanno diretti riflessi sugli interessi italiani nel Mediterraneo.
La corsa agli aiuti umanitari in favore del Libano non può, dunque, veder assente l’Italia, primo partner commerciale europeo del Libano, anzi sollecita l’azione delle teste di comando del Belpaese, desiderosi di giocare la partita con le medesime armi degli omologhi francesi.

Per Luigi di Maio, titolare della Farnesina, il protagonismo della Repubblica in Libano, che si risolve con un approccio unico, solo italiano, nella formazione di un contatto con la popolazione civile, è un bene da tutelare per incoraggiare la rinascita di Beirut.
Così, mentre Papa Francesco ha concluso la prima udienza con i fedeli con un accorato appello per il Libano, ove risiedono circa 1,3 milioni di cristiani, Emanuela Del Re, viceministro degli Esteri con delega alla cooperazione allo sviluppo, è giunta a Beirut, allo scopo di valorizzare l’impegno della cooperazione italiana. La missione del numero 2 della diplomazia italiana è volta, secondo le fonti ufficiali, ad accertare la tipologia e la destinazione dei bisogni umanitari che Roma dovrà offrire al Libano nella fase emergenziale in corso e nella fase post-emergenza, il che si traduce nella preparazione di un ricco tavolo di discussione e negoziazione che favorirà l’atteso arrivo del Premier Giuseppe Conte, previsto per il prossimo martedì 8 settembre.

L’atmosfera in cui Conte muoverà i primi passi, pur offrendo all’Italia ottimi varchi di ingresso, richiede, tuttavia, estrema delicatezza.
Macron, infatti, impavido protagonista e assiduo frequentatore di Beirut, si dice favorevole alla conservazione del sistema pluriconfessionale su cui si reggono le istituzioni libanesi, ma, rischia agli occhi dei libanesi feriti e umiliati lo stigma di neocolonialista disinteressato al grido di aiuto del popolo libanese  che chiede la rivoluzione, la rigenerazione, la distruzione del sistema feudale che ha lasciato esplodere il Paese. La proposta dell’Eliseo s’infrange poi contro il muro alzato dagli USA.
Gli Stati Uniti preferiscono mostrarsi in rare comparse, ove tuona implacabile la demolizione di Hezbollah e l’allontanamento dei palestinesi, mossa fondamentale per arginare l’influenza di Siria e Iran sull’area, per rafforzare il ruolo di Israele.
Il lavoro dell’Italia, allora, potrebbe essere orientato alla mediazione tra le istanze di Parigi e Washington, una chirurgica operazione di dialogo da cui possa emergere l’indebolimento francese e la lotta al settarismo libanese.

Carmen Calì

Classe 2000, figlia del XXI secolo e delle sue contraddizioni. Ho conseguito la maturità presso il Liceo Classico Eschilo di Gela e frequento la facoltà di Giurisprudenza presso l'Università di Trento

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