Perché non possiamo dirci europeisti: UE sistema anti-critico

L’europeismo ci si presenta quale ideologia, dunque come un sistema anti-critico (che forma menti acritiche) – chiedendo, così, ai suoi aedi di violentare ogni dissenziente… Ogni ribelle, ogni passaggio al bosco, è condannato all’inesistenza, successiva all’umiliazione. Le ragioni di questo popolo ideologizzato rimangono le stesse: «Se sei contro il progresso (e l’unico possibile è quello posto dell’Unione europea) allora sei il male!», indifferentemente dall’approccio teoretico: reazionario o rivoluzionario che sia. Sorge il dubbio: esistono davvero dei comportamenti che non derivano da una spinta ideologica? Al momento risponderei di no, ma su questa via i perdenti contro l’europeismo si presentano almeno quali agenti critici nei confronti del «progresso» da questo presentato.

Forse l’unico criticismo veramente valido oltreché, fiocamente, quello dell’individuo dubitante, sta nell’indebolimento continuativo della propria interpretazione del reale: ciò non dovrebbe portare all’indebolimento dell’uomo, né a fargli desiderare l’indebolimento della società; anzi, rafforzerebbe il sé di chiunque – nella nuova leggibilità della storia degli uomini, e di come gli antichi assoluti hanno violato (anziché guidare) i deboli della storia. Ebbene, continuiamo così la riflessione: essendo auspicabile un indebolimento dell’interpretazione di ognuno, su scala globale, e non solo Europea, perché mai dovremmo accettare l’imposizione d’un sistema anti-critico? Giacché si mostra debole solo nel suo apparire morale, abbattendo gli assoluti metafisici – e, al contempo, fondandone di nuovi non meno autoritari. Un sistema che rimpicciolisce il proprio ego, e il nostro posto nel mondo, per colmare il bisogno di grandezza delle altre nazioni – non volendole scontentare. Questo è il punto: perché mai gli europei dovrebbero abiurare a ciò che sono (o che furono?) per dare modo ad altri di esistere maggiormente? L’infelice scelta di quest’Unione europea ci spinge a pretenderne la fine: il suo ruolo nel planetario non le dà modo di concorrere come vorrebbe con nazioni fatte e finite – alcuni direbbero: «Proprio per ciò dovremmo diventare una nazione federale, fatta e finita!» Ma allora: perché mai i singoli Stati di quest’Unione (con culture secolari) dovrebbero permettere questo livellamento culturale? Per la mera «necessità» di commerciare fruibilmente su scala globale, o simili? Questa è una violenza! È qualcosa di intollerabile! Una vera Unione di popoli diversi, oltreché essere indipendente da qualunque dominazione geopolitica esterna, dovrebbe preservare le identità di tutti – dovrebbe praticare un’economia capace di soddisfare ogni nazione da lei custodita!

Tuttavia, si dimentica che quest’unione dovrebbe condurre all’estinzione degli Stati nazionali. Che ciò sia stato compreso dalle destre europee e non dalle sinistre sancisce il declino delle seconde e il consenso alle prime! Le identità anzitutto: chi esiste deve poter continuare a esistere, senza sentirsi costretto all’estinzione internamente a un’identità ibrida – che sarà il mescolamento delle culture maggioritarie dell’Unione stessa, condite con una spruzzata di globish: perché sia possibile interagire nella confusione imposta.

Forse da tutto ciò si potrà uscire: la Brexit ci dà speranza! Anche se sarebbe preferibile che il progetto, ormai in stadio avanzato, potesse convertirsi in un diverso organo (quello suggerito sopra). Siccome ciò non è ancora prospettabile (soprattutto dopo la rinuncia delle destre europee, il loro ammorbidimento) pare che l’euroscetticismo rimanga l’unica via di salvezza intellettuale – per criticare il reale, per dichiararne e crederne l’emendabilità (la possibile alternatività), pur temendo la scomunica sociale. Per continuare a pensare che il progresso non sia essenzialmente ciò che viene esibito con questo nome – perché possa essere anche nella tradizione, o in un’idea di rivoluzione veramente significativa. Fuggendo così da questa passeggiata nell’immobilità (nella democrazia bloccata, come direbbe Vattimo): dove, intorno all’uomo, il mondo viene sradicato e sostituito con altro, secondo precetti a lui sconosciuti – precetti inconoscibili.

Paolo Pera

La Voce che Stecca

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