Omicidio Willy: un atto razzista e fascista raccontato come una serie TV

Dopo l’omicidio del giovane Willy Monteiro Duarte, avvenuto a Colleferro nella notte tra il 7 e l’8 settembre scorsi, non c’è stata testata giornalistica o programma televisivo che si sia tirato indietro dal produrre articoli e servizi al limite del sensazionalistico per narrare la tragica vicenda. Ad attirare l’attenzione sono stati, almeno in un primo momento, i corpi da machi degli indagati, ricoperti di tatuaggi e così simili ai fisici di quei bruti che si è soliti vedere al cinema o alla televisione. Poi è stata la volta dei loro allenamenti in palestra, delle ore passate a praticare MMA e da cui, secondo alcuni, avrebbero appreso le mosse rivelatesi fatali per il 21enne. Se di Willy Duarte si sa dunque poco o nulla, e forse è anche giusto così, dei suoi presunti assassini si sa fin troppo ma, fatto ancor più grave, quello che si sa lo si sta narrando nel modo sbagliato.

All’indomani dell’accaduto le più importanti testate giornalistiche del Paese hanno infatti dato inizio alla riscrittura di un atto di estrema violenza razzista e fascista, quale è stato quello nei confronti del giovane di Colleferro, con i toni sensazionalistici di chi si approccia a sceneggiare la prossima serie tv criminale. Il problema è che la finzione, non è realtà. Nel momento in cui per descrivere gli assassini di Willy Duarte si usa lo stesso linguaggio che si è soliti riservare agli eroi cattivi delle fiction, si sta inevitabilmente proiettando l’intera vicenda in una dimensione che non è più quella reale. Il ragionamento che segue è tanto semplice quanto pericoloso: se la dimensione dell’accaduto non è quella del reale, allora la rilevanza del fatto stesso deve essere ridimensionata come se, appunto, una violenza del genere non fosse davvero possibile.

Ma non è solo la rappresentazione degli assassini di Colleferro, figlia della cultura machista, a rappresentare un problema. Willy Monteiro Duarte era un ragazzo italiano di origini capoverdiane, un immigrato di seconda generazione che per genetica non godeva del privilegio di una carnagione bianca. Dopo l’ondata di proteste del movimento Black Lives Matter a giugno e luglio si era tornati a parlare di razzismo, di cosa significhi avere la pelle nera in un Paese a predominanza bianca e rischiare la vita per questo nell’errata convinzione, però, che il problema ce l’avessero solo oltreoceano. L’omicidio del giovane di Colleferro costringe tuttavia a  riaprire il dibattito e a contestualizzarlo in una realtà socioculturale ben più vicina. Per farlo è necessario domandarsi se, a livello statistico, la variabile «pelle scura» influenzi positivamente l’esposizione dei soggetti che presentano tale caratteristica al rischio di subire una qualche forma di violenza. 

Ad oggi in Italia indagini del genere mancano, così come manca una banca dati ufficiale che raccolga statistiche su questo tipo di aggressioni. Ed è una mancanza che deve preoccupare: fin quando non si sarà in grado di classificare un certo atto come razzista, non si sarà nemmeno capaci di riconoscerlo come tale e, in ultima istanza, di trovarvi una soluzione. Nonostante ciò il razzismo in Italia esiste, Willy Monteiro Duarte ne è stato vittima, come altri prima di lui, ma noi eravamo troppo impegnati a descrivere il suo assassinio come il finale di stagione di una fiction criminale per accorgercene. 

Beatrice Caniglia

Studentessa universitaria di Sociologia e aspirante giornalista. Mi cimento in articoli di attualità e cultura con un occhio di riguardo per le questioni sociali.

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