Riduzione dei Parlamentari: lo Stato ridotto ad ente privato

Ormai mancano veramente pochi giorni al referendum costituzionale per il taglio dei parlamenari e i sostenitori del SÌ cercano di asserire come una delle motivazioni principali al sostegno di questa riforma il risparmio che deriverebbe dalla riduzione del numero degli eletti. Non occorre certo rimarcare il fatto che l’effettivo risparmio sarebbe irrisorio, soprattutto se si vuole considerare che a fronte di questo risparmio, si limita la rappresentatività popolare; occorre invece riflettere su come per l’ennesima volta si paragoni il funzionamento dello Stato a quello di una famiglia.

Complice la propaganda mediatica, l’opinione generale viene convinta del fatto che lo Stato funzioni come un istituto di diritto privato, che deve risparmiare sui costi della politica, chiamati volgarmente sprechi, per poter funzionare meglio. Si cade in quella che l’economista John Maynard Keynes chiamava nel suo saggio del 1933, Autarchia economica, «la parodia dell’incubo di un contabile»; ossia la credenza che il popolo debba rinunciare a diritti, nel caso specifico, al proprio diritto di essere rappresentato perché mancano i soldi. Il popolo, intontito dalla propaganda cessante contro l’istituzione simbolo dell’esercizio della sovranità popolare, si fa abbindolare da questi ragionamenti utilitaristici, che in primis denigrano l’istituto simbolo della rappresentanza popolare.

Se da una parte è comprensibile un certo astio, da parte di coloro che avrebbero dovuto rappresentare gli interessi del popolo, ma una volta eletti, servirono altri interessi diversi da quelli popolari; non si riesce a giustificare l’odio per l’istituzione del parlamento. Possiamo solo ipotizzare, che un ruolo cruciale lo abbiano avuto la forte campagna antiparlamentare di tutti i partiti politici e alcuni programmi televisivi che hanno inquinato il dibattito rappresentando la figura del parlamentare come colui che viene privilegiato senza svolgere un lavoro meritevole per i cittadini. Allo stesso tempo, quando un rappresentante del popolo porta avanti temi importanti che possono andare a detrimento di certi interessi economici, non viene divulgato nelle reti nazionali, al contrario, si insabbia volontariamente la notizia che se messa a disposizione del pubblico potrebbe portare una riflessione su una determinata tematica fondamentale per il paese.

Possiamo concludere ricordando le parole dell’onorevole Umberto Terracini, padre costituente: «La diminuzione del numero dei componenti […] sarebbe in Italia interpretata come un atteggiamento antidemocratico, visto che, in effetti, quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni con l’augurio che a pochi giorni dal referendum si possa riflettere su queste dinamiche e che si possa per l’ennesima volta e spero definitivamente rimandare al mittente quest’attacco alla Costituzione e alla democrazia».

Speriamo che le parole di colui che contribuì a darci quella che fu ritenuta al tempo «la più bella Costituzione al mondo servano da monito e di riflessione per coloro ancora dubbiosi e a maggior ragione quelli convinti di votare a favore di questa riforma, o più propriamente «deforma» costituzionale.

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