Conte guarda al futuro, ma siamo preparati a ciò che è là fuori?

Mentre il blocco comune degli avversari dichiara di essere a priori contrario al Recovery Plan del governo giallorosso, avanzando i difetti del ritardo, dell’assenza di visione e dell’inadeguatezza della maggioranza, Giuseppe Conte ha già tratto il dado.
Intervenendo dinanzi all’assemblea di Confindustria, il Presidente del Consiglio ha voluto seminare tra i presenti parole mai udite nell’era dell’austerità.
Dopo il Festival dell’Economia di Trento e il Festival Nazionale dell’Economia Civile di Firenze, dove ha stigmatizzato il capitalismo neoliberista e invocato l’avvio di un processo di trasformazione dello stesso sistema capitalistico, ora il Premier intende platealmente comunicare agli industriali il lancio di una nuova sfida.
Superati i mesi della convivenza molesta con l’ex titolare del Ministero dell’Interno, Matteo Salvini, e superati con slancio i mesi del confinamento forzato, Conte, infatti, ambisce a sfruttare la pandemia come occasione per disegnare i prossimi decenni della Nazione.
Non c’è più spazio per leader e segretari di partito che propongano alla cittadinanza particolari e sminuzzate misure dalla corta aspettativa di vita, il ripetuto elogio di idee tradizionali ormai improduttive, il costante turpiloquio delle destre e delle sinistre e il teatro tra aristocraticismo e populismo. I grandi nomi degli ultimi anni, da Renzi a Boschi, da Salvini a di Maio, tutti folgorati da un rapido processo di ascesa e discesa, hanno lasciato al loro successore una lezione cardinale: la chiave del perdurante successo politico, quanto mai prima d’ora, si può conquistare a partire dal tracciamento di grandi obiettivi e dalla promessa di grandi risultati.

Così, sulla strada che ci separa dal 2030, dai sogni di innovazione, progresso e crescita economica che il Covid-19, paradossalmente, ci sta spronando ad immaginare, Conte vuole edificare il senso del suo mandato, per candidarsi ad essere non già il prossimo rappresentante di un’alleanza tra PD e M5S, entità ancora fumosa e condizionata all’evoluzione interna delle due forze, ma, più correttamente e quasi certamente, a divenire il padre fondatore di una nuova era politica.

Mentre il corteo dell’élite preme per il MES e teme di precipitare nel Sussidistan, Conte distrugge in pochi secondi il mantra che riassume l’attività di governo dell’era neoliberista: Stato cattivo e privato buono; salute, lavoro e ambiente contro profitto, produzione e crescita.
Secondo Giuseppe Conte ciò che differenzia l’Italia, oggi in grado di dominare il mostro pandemico, dagli altri Stati, che, invece, continuano a faticare nel contenimento dei contagi, consiste nell’aver compreso, prima di tutti, l’impossibilità di operare distinzioni tra tutela della salute e della vita dei cittadini da un lato, e tutela dell’economia e della produzione dall’altro.

Nel 2020, come spiega Conte, occorre, infatti, abbandonare l’idea anacronistica e fallace che la preservazione del tessuto produttivo si fondi sul trascurare la tutela delle persone e delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro. Invero questo è il modello di sviluppo perseguito dall’Italia delle sconfitte e della recessione, un paradigma obsoleto che non ha ragione di essere declamato come via per la salvezza. Dopo la pandemia, piuttosto, è giunto il momento di abbracciare con consapevolezza un nuovo percorso, quello dell’edificazione di una nuova società, la società post-Covid, dove la sostenibilità sociale e ambientale dei processi produttivi non può più essere pensata come vincolo alla sviluppo, bensì come sua premessa imprescindibile.
Ciò si traduce nel rivoluzionario impegno di assegnare pari valore alle libertà economiche e ai diritti sociali, non più concepiti come entità antagoniste fra loro, ma come compagni che si sostengono l’uno con l’altro.
Proprio per consentire che tra libertà economiche e diritti sociali non si instauri un aspro conflitto da cui a perdere sarà la Nazione tutta, ma, che, al contrario, essi cooperino per la rinascita, Conte auspica la creazione di un’interazione collaborativa tra pubblico e privato, tra Stato e imprese.

Il nuovo patto tra Stato e imprese, però (tiene a precisare il Premier) non sarà guidato da un classico stimolo keynesiano, basato sull’aumento della domanda pubblica per investimenti. L’obiettivo è assai più elevato e consiste nel conseguire un incremento della domanda pubblica in settori cruciali e ad alto impatto sul Pil, come la digitalizzazione e la sostenibilità ambientale, che, al contempo, sia assistito da un profondo rinnovamento della Pubblica Amministrazione.
Quello che vuole portare a compimento, infatti, è un progetto trasformativo, sorgente di una stagione ricca di riforme, che corrano dal sistema pensionistico a quello degli ammortizzatori sociali, dalla riorganizzazione della P.A, all’insegna della trasparenza e della semplificazione, alla transizione ecologica e al potenziamento della didattica di ogni ordine e grado.

Quella sin qui narrata è l’incandescente fase di entusiasmo che ha pervaso mente e cuore dell’ autonominatosi avvocato del popolo, ma cosa ne è in questo clima di frenesia creatrice del PD e del M5S?

Sebbene il progetto trasformativo delineato da Conte si proponga, per sua natura intrinseca, come bussola dell’intera Nazione e non come strumento delle fazioni particolari predominanti, è inutile negare che il M5S e il PD condividono sulle proprie schiene un grande fardello, quello di tradurre in opere, prima di chiunque altro, un piano sistematico di grande complessità.
Se il Partito Democratico rappresenta, in gran parte, la forza politica che, pur accostandosi ad un elettorato progressista, ha difeso, perpetrato e personificato lo spirito conservatore e neoliberista, il Movimento 5 Stelle, travolto da un delicato periodo di instabilità, deve ritrovare dentro di sé le risorse per un rinnovamento dei propri temi e della propria struttura.

La matrice culturale della classe dirigente del PD mal si adatta all’accoglimento dell’istanza contiana. Le basi di azione del M5S, invece, pur fondate sulle stelle dell’acqua, dell’ambiente, dei trasporti, della connettività e dello sviluppo, affini alle imponenti sfide annunciate dal progetto contiano, necessitano di un altrettanto imponente processo di affinamento e aggiornamento.

Insomma, nel nostro Paese, travolto dal terremoto della pandemia, nonostante un inconsueto e sorprendente movimento di idee, i primi della classe sono impreparati. La nostra grande scuola, però, è sul punto di crollare ed un efficace corso di apprendimento dovrebbe essere prontamente frequentato da tutti gli studenti, specialmente dai lavoratori e dalle piccole e medie imprese, coloro che più potrebbero beneficiare, in termini di reddito e produttività, del rilancio dell’azione statale nell’economia e dell’azione responsabile delle aziende.

Evitiamo che i mattoni si trasformino in macerie, che le nostre risorse produttive ed intellettuali vadano polverizzate.
Finché soffieranno venti contrari all’austerità, favorevoli all’incontro tra libertà economiche e diritti sociali, vivrà anche la speranza che qualcuno possa rappresentare il cambiamento.

Carmen Calì

Classe 2000, figlia del XXI secolo e delle sue contraddizioni. Ho conseguito la maturità presso il Liceo Classico Eschilo di Gela e frequento la facoltà di Giurisprudenza presso l'Università di Trento

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