Veto sul Recovery Fund: ennesimo scacco per l’UE

Falcidiata dalle conseguenze economiche e sociali della crisi dovuta alla pandemia, l’Unione Europea si scopre una volta ancora gigante dai piedi d’argilla, espressione associata in passato alla fase decadente dell’URSS, ma che suona più accurata che mai se si volge uno sguardo lucido alla situazione attuale. Le proposte finiscono sul piatto, gli osservatori osservano (e spesso s’indignano a mezzo stampa), fioccano minacce di provvedimenti mai attuati e tutto cambia affinchè nulla cambi, come nel migliore degli scenari gattopardeschi.

Non c’è modo migliore per descrivere le implicazioni emergenti dalla minaccia di veto che Polonia e Ungheria, spalleggiate dai Paesi sedicenti frugali, hanno imposto al bilancio pluriennale europeo, collegato al Recovery Fund e, allargando il respiro, al piano di risposta alla pandemia e alle altre sfide contemporanee denominato Next Generation EU. Di conseguenza, il pacchetto messo a punto dalla Commissione e dagli altri organi europei si trova attualmente in una fase di stallo, che difficilmente si risolverà in tempi brevi e, soprattutto, manterrà la struttura attuale. Se i falchi, ma sarebbe meglio definirli avvoltoi, del nord reclamano garanzie economiche sui rebates, ovvero gli sconti sulla contribuzione al bilancio comune, i due esponenti maggiori del gruppo Visegrad motivano la loro contrarietà al piano con il rifiuto delle garanzie sullo stato di diritto, pur dichiarandosi certi che in breve si giungerà a un accordo, ossia all’implicita legittimazione di una serie di pratiche poco democratiche messe in atto nei loro Paesi.

Che cosa porta questi gruppi a porsi in una posizione tale da dettare le loro condizioni non soltanto nei confronti del debole agglomerato mediterraneo, per cui gli aiuti risultano vitali per non rendere cronica la crisi in un prossimo futuro, ma anche dell’asse franco-tedesco, considerato il vero fulcro dell’UE?

Per quanto riguarda i frugali c’è poco da ricamare. Nonostante il cinismo di fondo delle loro posizioni (comprese quelle su Eurobond, unione bancaria, tassazione uniforme e debito comune), oltre ad essere moralmente sgradevole, risulti un enorme freno all’affermazione dell’Unione come vero possibile competitor delle potenze mondiali, è legittimo che essi richiedano garanzie economiche in virtù dell’attivo di bilancio e della contribuzione netta.

Ben più fosche sono invece le pretese dei Paesi dell’Est, per chi scrive più che sufficienti a buttarli fuori seduta stante, riformando al contempo il diritto di veto in un sistema a maggioranza di due terzi, al fine di risolvere una volta per tutte il problema dei bulletti pseudoautoritari. Essi, infatti, ricamano sulla situazione critica dei vicini per attestarsi una piena, umorale autonomia decisionale, infischiandosene perfino dell’unico principio davvero fondativo dell’immaginario europeo, in virtù del fatto di poter garantire una sostanziosa crescita del PIL, la quale è a sua volta vincolata agli aiuti ricevuti dall’UE e dagli interessi particolari, principalmente tedeschi, d’investimento nelle loro economie.

Si potrebbe dire, a ragione, che ognuno tira l’acqua al proprio mulino, ma allora che senso ha far parte di un’unione? Ancor di più, che senso ha un’unione di stati che non riesce a riconoscere alcun principio comune al di fuori della sfera finanziaria? Che senso e che forza esercita una sovrastruttura europea che non riesce nemmeno a garantire il criterio del rispetto della democrazia? Si può davvero chiamare unione una cosa del genere?

Questo fatto conferma una volta di più l’errore colossale nel processo fondativo europeo: il primato della sovrastruttura economica su quella politica. Il problema sta a monte e mina dalle fondamenta un progetto nato male e morto peggio, nella fretta di fare l’Euro prima di aver fatto l’Europa, la quale da anni è e rimarrà, salvo misure drastiche, sotto scacco di una torre contabile e di un paio di pedoni che si credono regine in assenza di re. Dove per re s’intende una salda costituzione democratica, checché ne dica Visegrad.

Marco Ferreri

Classe 1993, volevo fare il giornalista ma non ho la lingua abbastanza svelta. Mi arrabatto tra servire pietanze, aprire e consumare bottiglie di vino, crisi esistenziali, argomenti complessi, riflessioni filosofiche di cui non frega niente a nessuno e giochi di ruolo. Amo il paradosso, dunque non posso essere più felice di stare al mondo.

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