R. indagato: tra la richiesta di spostare l’indagine e il legittimo impedimento

Qualcuno di voi si ricorda di un certo R. che è stato per quasi tre anni presidente del Consiglio della Repubblica italiana? Questo signore, oggi leader di un partito chiamato Italia Viva, un partito che ha più lettere nel nome che elettori, è indagato a Firenze, accusato di finanziamento illecito ai partiti in relazione all’inchiesta sulla Fondazione Open. Insieme a lui sono indagati gli ex ministri Maria Elena Boschi e Luca Lotti, l’imprenditore Marco Carrai e l’avvocato Alberto Bianchi. Quest’ultimo era presidente della fondazione, mentre gli altri tre facevano parte del consiglio di amministrazione.

Fin qui nulla di incredibile. Lo diciamo da tanto tempo: «indagato» non significa «colpevole». Le indagini servono a capire come sono andate le cose. Ma R. ha registrato un dominio dall’evocativo titolo «GuerraaRenzi.it» che ha lo scopo, oltre a diffondere l’hashtag #TempoGalantuomo, di seguire «i processi, le indagini, le accuse» e di dare conto «in modo trasparente della situazione sulle vicende giudiziarie». A parte l’italiano claudicante, il senso è molto chiaro. Il sito per adesso è in costruzione, ma siamo curiosi di vedere come daranno conto «in modo trasparente» delle indagini su R.

Nel frattempo il suddetto R., tramite i suoi avvocati Giandomenico Caiazza e Federico Bagattini, ha chiesto di spostare l’indagine da Firenze a Roma, oppure in subordine a Velletri o a Pistoia. Questo perché, secondo i legali dell’ex premier, la procura fiorentina non è competente territorialmente. Il primo presunto finanziamento illecito sarebbe avvenuto a Roma. Un altro sarebbe avvenuto a Pomezia, che è sotto la giurisdizione del tribunale di Velletri. Poi a Roma c’è la sede del Pd, quindi un altro motivo per spostare il processo nella Capitale. Oppure a Pistoia, dove nel 2012 Alberto Bianchi ha costituito la Fondazione Open.

«La diversità profonda dagli altri è che loro parlavano di legittimo impedimento, io dico interrogatemi, gli altri parlavano di prescrizione io chiedo sentenze e dico di fare i processi, ma veloci». Secondo voi chi ha pronunciato queste parole? R., naturalmente. Era il 2016 e l’allora premier si esprimeva sul caso che aveva portato alle dimissioni della ministra Federica Guidi. Oggi, quattro anni dopo, R. che fa? Manda la seguente missiva, come riporta Il manifesto, in risposta all’invito a comparire mandato dal procuratore aggiunto di Firenze Luca Turco: «Come ella sicuramente sa, le elezioni politiche del 2018 mi hanno eletto membro del Senato per il collegio di Firenze. Il martedì è tradizionalmente uno dei non molti giorni di attività parlamentare a Roma e dunque nella giornata di domani sarò nella capitale per assolvere al mio dovere costituzionale di rappresentante della nazione in base all’articolo 1 (sarebbe il 67, ndr) della Costituzione». Come si chiama questo? Legittimo impedimento forse?

Non sappiamo come andrà l’indagine su R., Lotti, Boschi, Carrai e Bianchi. Sono tutti innocenti fino a sentenza definitiva, per carità, ma politicamente l’atteggiamento dell’ex Presidente del Consiglio ci ha ricordato tempi che speravamo essersi conclusi da tempo.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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