Creato un tipo di bioplastica resistente alle alte temperature

Abbiamo precedentemente affrontato la problematica della plastica e della sua tossicità.

Chiaramente il problema della potenziale pericolosità dei nuovi materiali è un imminente questione a cui dovrà essere trovata una chiara risposta. Per fortuna, il campo delle nuove tecnologie e dei biopolimeri biodegradabili è in continua ascesa.

L’ultima innovazione arriva direttamente dall’America, dove un gruppo di ricercatori è riuscito a creare un tipo di plastica biodegradabile resistente alle alte temperature.
Questo rappresenta senza alcun dubbio un grande traguardo se si pensa che la bioplastica creata a partire dalla biomassa, sebbene sia sostenibile, presenti anche poca resistenza, una bassa flessibilità ed una scarsa stabilità termica.

I ricercatori dell’università di Akron, in Ohio, ha riformulato un polimero, il polilattato, con l’obiettivo di poter ottenere una resistenza termica maggiore e poter così rendere il materiale non solo a «prova di ambiente» ma anche a «a prova di calore».

Il polilattato, detto anche PLA, è un poliestere che viene ottenuto dal mais e come dichiarato dal dottor Shi-Qing Wang non risulta essere un’alternativa sufficientemente forte «da sostituire i tradizionali polimeri a base di combustibili fossili come il PET perché risultano fragili».
Infatti, come dichiarato chiaramente anche dal dottor Ramani Narayan, il PLA «si ammorbidisce e collassa strutturalmente intorno ai 60°C» e questo rende difficile la sua applicazione, soprattutto nel campo dell’imballaggio di alimenti caldi, o nella produzione di contenitori usa e getta.

I ricercatori, capitanati dal dottor Wang, sono stati dunque in grado di creare un upgrade di questo polimero, arrivando a creare perfino una tazza in PLA che risulta rigida e resistente a temperature maggiori di 60°C. Se questo fosse possibile su larga scala, probabilmente questa bioplastica potrebbe trovare un maggiore utilizzo in campo alimentare e potrebbe contenere sia cibi che bevande bollenti.

Ma come è formato questo polimero?
Come spiega anche il dottor Wang «affinché i materiali termoplastici (compreso il PLA) siano resistenti, è importante che la cristallizzazione non rimuova o interrompa l’intreccio dei “fili di spaghetti”». Ciò significa che il PLA fuso, che in questo stato potrebbe assomigliare vagamente a uno spaghetto molto lungo, è stato modificato manualmente e i suoi cristalli sono stati rimpiccioliti fino a raggiungere le dimensioni dell’ordine di grandezza di un nanometro.
Gli scienziati sono dunque stati in grado di modificare la struttura di questo polimero, riuscendo a creare una struttura intrecciata e dunque resistente.

Il risultato finale è stato mostrato nella forma di una tazza trasparente che i ricercatori hanno poi riempito con acqua bollente. La temperatura non ha distrutto il materiale e questa prova costituisce ad oggi un tassello in più nel campo delle bioplastiche.

Luisa Bizzotto

Laureata all'Università di Padova Ingegneria Chimica e dei Materiali, frequento il corso internazionale Susteinable Technologies and Biotechnologies for Energy and Materials presso l'Almamater Studiorum Università di Bologna. Scrivo per La Voce che Stecca dal 16 luglio 2015 e su queste pagine mi occupo di cultura, musica e sport, ma soprattutto di scienza, la mia passione.

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