La crisi dell’io in Pirandello

Luigi Pirandello è stato uno dei più grandi esponenti della cultura italiana del secondo Novecento. Un artista che è riuscito ad abbracciare vari campi, dalla prosa alla poesia, dal teatro al cinema, riuscendo in tal modo a lasciare un’impronta indelebile, non solo nella cultura del nostro Paese, ma anche in quella europea.

Lo si può definire come un autore molto introspettivo che si è focalizzato sulla crisi dell’io dell’uomo moderno, tormentato dall’impossibilità di essere sé stesso e a volte di non riuscire nemmeno a percepirsi.  Pirandello ritiene fondamentalmente che l’uomo viva costantemente scisso tra ciò che è realmente e ciò che gli obblighi della società lo costringono ad essere. Molte volte l’individuo è costretto a indossare delle maschere diverse per ogni contesto, un’atteggiamento che non è intenzionale, ma imposta dalla società e dalle circostanze che si vanno a verificare. La realtà diventa un’illusione che può cambiare in ogni situazione.

Nel 1900 scrisse a proposito di ciò: «Il nostro spirito consiste di frammenti, o meglio, di elementi distinti, più o meno in rapporto tra loro, i quali si possono disgregare e ricomporre in un nuovo aggregamento, così che ne risulti una nuova personalità, che pur fuori dalla coscienza dell’io normale, ha una propria coscienza a parte, indipendente, la quale si manifesta viva e in atto, oscurandosi la coscienza normale, o anche coesistendo con questa, nei casi di vero e proprio sdoppiamento dell’io. […] Talché veramente può dirsi che due persone vivono, agiscono a un tempo, ciascuna per proprio conto, nel medesimo individuo. Con gli elementi del nostro io noi possiamo perciò comporre, costruire in noi stessi altri individui, altri esseri con propria coscienza, con propria intelligenza, vivi e in atto».

Alcuni individui si abituano con molta più difficoltà alla maschera e cercano di essere il più possibile fedeli alla propria identità originale, ma ciò li porta a rischiare l’isolamento e il rifiuto della società. L’unico modo di sopravvivere socialmente diventa quello di mantenere il proprio ruolo.

Un esempio lampante è Mattia Pascal, protagonista del celeberrimo romanzo «Il fu Mattia Pascal». Incastrato in un matrimonio insoddisfacente e in un lavoro abbastanza monotono e privo di emozioni decide di provare fortuna all’estero, si ferma a Montecarlo dove grazie al gioco d’azzardo riesce a vincere 82 mila lire. Sul treno di ritorno a Miragno (così si chiama la cittadina dove abita il protagonista) si imbatte nel suo necrologio. Dapprima incredulo, si convince di come tutto questo possa essere un’opportunità per rifarsi una vita sotto il nome di Adriano Meis. Ma presto si rende conto di come sia impossibile, perché la sua identità totalmente fittizia non gli permette di sposarsi (il protagonista si innamorerà della figlia dell’affittuario che lo ospita), o persino di prendersi un cane. Consapevole di non poter più avere un’esistenza normale, decide di tornare dalla moglie che nel frattempo era diventata sposa di Pomino con una figlia. Trascorrerà il resto della sua vita in una biblioteca e di tanto tanto si recherà a visitare la tomba de «Il fu Mattia Pascal»

In sostanza, quest’opera mostra l’impossibilità di essere molte volte ciò che si vorrebbe e ci fa comprendere di come anche la ribellione alle aspettative non sia priva di conseguenze, anzi esso ci espone molte volte ai giudizi della gente. La sola maniera per sfuggire dall’alienazione che questa situazione genera sembra proprio la follia, essere in qualche modo originali per distinguersi dagli altri. Seppur la ribellione non sia sempre possibile, a volte bisogna avere il coraggio di metterla in atto e ritagliarsi momenti in cui essere finalmente liberi di seguire le nostre reali aspirazioni.

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