Instagram ha ucciso la fotografia?

È inutile girarci intorno: Instagram, il social network per eccellenza in fatto di fotografia, ha portato a un sovraccarico di immagini il più delle volte fini a se stesse. Chiunque, con il suo smartphone, può scattare una foto e nel giro di qualche secondo pubblicarla sul proprio profilo. Nella maggior parte dei casi, stiamo parlando di scatti orrendi, inutili e che non fanno altro che intasare il feed che scorriamo decine di volte al giorno.

Questo ha inevitabilmente portato a una volgarizzazione della fotografia come linguaggio di espressione. Scattare una foto è facile e veloce. Basta inquadrare il soggetto e toccare lo schermo del telefono. A questo punto tutti apparentemente diventano fotografi e chi sa scattare davvero viene poi sommerso da questa ondata di porcate. La conseguenza più evidente di tutto questo è la svalutazione del lavoro dei professionisti del settore: se tutti (apparentemente) hanno le competenze per fare delle foto, perché mai bisognerebbe pagare qualcuno per farle?

La verità, però, come spesso succede si trova sotto alla superficie e per trovarla bisogna scavare un po’. In questo caso è facile dire che «Instagram ha ucciso la fotografia», ma questo non è così vero. La volgarizzazione attuata dal social network non ha fatto altro che mettere in risalto un problema ben più grave e, soprattutto, ben più vecchio. Questo problema è l’assenza di un minimo di cultura fotografica. Spieghiamo meglio. Anche prima dell’avvento dei social network, di Instagram in particolare, il soggetto medio non riusciva a distinguere tra una foto scattata a caso e una scattata da un professionista. La differenza tra lui e l’addetto ai lavori era l’attrezzatura: il fotografo non era «colui che sa fare le foto», bensì «colui che ha gli strumenti per fare le foto». Ora che chiunque con un telefono può produrre immagini di qualità accettabili, tra l’addetto ai lavori e il profano non c’è più alcuna differenza.

Forse, però, Instagram permetterà di rivalutare il lavoro del fotografo. Oggi non è così: l’utente medio non è in grado di distinguere una bella foto da una porcata. Infatti vediamo profili di sedicenti fotografi che hanno centinaia di migliaia di follower, mentre professionisti di fama internazionale ne hanno due o tremila. Però si può avere fiducia nel fatto che non sarà sempre così. Verrà un giorno in cui ci stuferemo di essere intasati da fotografie «acchiappalike» e inizieremo a interrogarci sui due fattori che, ancor più dell’estetica, danno valore a una foto: la sua utilità e il messaggio che trasmette. Questa overdose forse ci permetterà di capire che di tutte queste immagini non ne abbiamo alcun bisogno. Magari capiremo anche che le foto «digitalizzate» sono tanto facili da condividere quanto effimere e che le immagini a cui teniamo davvero vanno stampate.

Forse chi scrive è fin troppo ottimista, ma lasciatelo sperare.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

Rispondi

Shares