L’intramontabile mito del Superuomo

L’«Oltreuomo» o «Superuomo» è un’immagine retorica, introdotta dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, per la prima volta nell’opera «Così parlo Zarathustra», edito tra il 1883 e il 1885. Il superuomo nietzschiano è colui che, riconoscendo il caos della vita e la completa insensatezza del mondo, si pone al di sopra della morale dei costumi, riuscendo ad assumere un comportamento etico, non influenzato dalla cultura religiosa e popolare. Liberatosi di questi precetti, egli può finalmente giungere ad una consapevolezza nuova, che gli permette di assumere un ruolo guida nella società. Nell’indole dell’Oltreuomo è fondamentale la volontà di potenza, ossia il desiderio incessante di accrescere il proprio valore, attraverso il superamento dei propri orizzonti di conoscenza. Ogni verità, che viene raggiunta, deve essere considerata superata, per non adagiarsi su essa e dichiarare conclusa la ricerca della verità, la quale non si esaurisce mai.

Questa immagine nel corso del ventesimo secolo verrà ripresa più volte, deviandone e mistificandone il senso originario. Ciò porterà dittatori come Mussolini e soprattutto Hitler a usare la figura dell’Oltreuomo come metodo di propaganda, per farsi adorare dalle masse. La concezione nazista dell’Oltreuomo fu di natura razziale; l’uomo superiore era colui, che facendo parte della razza dominante, aveva il diritto-dovere di dominare sulle altre razze, giudicate inferiori, gli «Untermenschen».
Tutto ciò non trova nessuna corrispondenza nelle opere di Nietzsche, la stessa definizione di «Untermenschen» è assente negli scritti dell’autore tedesco.

Nel 1934, i fumettisti Joe Shuster e Jerry Siegel idearono il personaggio di Superman, eroe che si contraddistingue per i superpoteri straordinari che derivano dalla sua origine extraterrestre. Grazie agli insegnamenti della sua famiglia adottiva umana, Clark Kent, così viene chiamato dai suoi genitori umani Jonathan e Martha Kent, impara a usare i suoi poteri al servizio del bene. Si crea così l’eroe che tutti conosciamo, il quale si serve delle sue straordinarie capacità non per dominare, ma per rendere il mondo un posto migliore.

Il mito del superuomo è ancora oggi stesso molto diffuso nella sua accezione originaria, più che nella sua degenerazione di stampo razziale. Nella storia dell’umanità potremmo riconoscere alcune persone che seppur guidate in parte o totalmente da una morale religiosa, come Gesù o Abramo, hanno sicuramente assunto un comportamento etico, su cui dopo millenni di distanza si basano milioni di persone.

La visione nietzschiana di superuomo potrebbe includere in questa definizione personalità dello spettacolo, dello sport, che travalicano il loro campo di conoscenza, di azione quotidiana per mettere a disposizione le loro capacità, che siano intellettuali o morali, a servizio di valori universali come la giustizia, l’uguaglianza, la pace. Ne è un esempio, il pugile Cassius Clay, meglio noto come Muhammad Ali; il quale rifiutò nel 1967 l’arruolamento nelle file dell’esercito statunitense per andare combattere in Vietnam, decisione che gli costò la condanna a 5 anni di carcere. Scontò solamente 3 anni e 7 mesi, grazie anche all’opinione pubblica che aveva compreso, attraverso personalità come lo stesso Ali e ad attivisti come Martin Luther King e Malcom X, quanto la guerra nel Sud est asiatico non fosse come l’avevano dipinta i politici e i giornalisti mainstream.

Questo mito, malgrado le distorsioni che ha subito, può essere riletto in chiave moderna e portare un messaggio positivo, anche se per molti versi utopico: quello di un uomo che grazie agli insegnamenti di grandi maestri come Gesù, Gandhi, ecc. può diffondere i valori dell’uguaglianza sociale, della fraternità e della condivisione ribellandosi all’individualismo e alla cupidigia capitalistica.

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