Strage di via D’Amelio: le ingerenze dei servizi segreti

Sono almeno tre i depistaggi susseguitisi immediatamente alla strage di Via D’Amelio che hanno portato alla non conoscenza reale dei fatti fino ad oggi.

È il Pubblico Ministero Gozzo, durante la sua audizione, a richiamare i primi due fatti importanti che all’opinione pubblica non sono molto conosciuti, come l’intromissione di un ignoto nella casa vacanze di Borsellino a Villagrazia di Carini ritrovata a soqquadro e lo strano ordine presente nella scrivania del suo ufficio, nonostante i familiari dichiarino che negli ultimi tempi il Dott. Borsellino passasse più tempo in ufficio che in casa.

Di seguito le due dichiarazioni di Gozzo.

GOZZO. «Sapevano tutti che Borsellino, prima di morire va nella casa di campagna, a Villagrazia di Carini e in effetti dopo qualche settimana viene trovato un portacenere pieno di sigarette (…) Fatto è che quando (i familiari) vanno là per la prima volta, la porta era stata aperta perché lo studio era a soqquadro (mentre) tutto il resto era perfettamente a posto. Quindi, un ladro «anomalo» perché non aveva toccato nulla delle cose che c’erano all’interno della casa… . (I figli) hanno verificato immediatamente che qualcosa non andava. Sebbene il padre avesse lavorato moltissimo in ufficio e di meno a casa, sopra la scrivania non c’era quasi niente. Tutto sembrava perfettamente messo in ordine. I familiari avevano pensato: “Qualcun altro ha ripulito tutto…”».

Per ciò che riguarda i momenti successivi all’esplosione in Via D’Amelio, i magistrati vogliono focalizzare le loro indagini sulla tempestiva presenza dei Servizi Segreti nel luogo della strage, ma soprattutto nell’anomala sparizione dell’ «Agenda rossa» contenuta nella borsa marrone del Dott. Borsellino. Difatti, molte sono le incongruenze a non essere ancora chiare, tra le quali una chiamata di un imprenditore del settore degli abiti da sposa con la figlia, mentre è a bordo di una barca al largo di Mondello con Contrada e Narracci, la quale un minuto dopo la strage di Via D’Amelio lo avvisa dell’uccisione del giudice Borsellino. Le indagini infine dichiarano che questo imprenditore era in contatto con personaggi della famiglia mafiosa Ganci. 

PALAZZOLO. «I magistrati si sono interrogati come avesse fatto questa ragazza un minuto dopo a sapere che l’attentato era ai danni del Borsellino… Questo imprenditore del settore degli abiti da sposa rilevano le indagini, aveva avuto contatti con personaggi legati alla famiglia mafiosa dei Ganci». 

Si noti che per ciò che è riportato fra poco è necessario dire che i magistrati, in base alle testimonianze dei vari soggetti presenti nel luogo della strage, hanno provato a ricostruire i fatti in successione, cercando anche di unire e intrinsecare più testimonianze tra di loro.

Altra incongruenza è il comportamento tenuto dal capitano Arcangioli dopo aver preso la borsa, il quale dichiara di aver riportato la borsa del Dott. Borsellino all’interno della macchina dopo averla prelevata, nonostante in un interrogatorio avesse detto di averla affidata ad un suo sottoposto: «Uno dei due predetti magistrati aprì la borsa e constatammo che non vi era all’interno alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta. Verificato ciò, non ricordo esattamente lo svolgersi dei fatti, per quanto posso ricordare, incaricai uno dei miei collaboratori, di cui non ricordo il nome, di depositare la borsa nella macchina di servizio di uno dei due magistrati di cui ho detto. Si tratta di un ricordo molto labile e potrebbe essere impreciso». In base a questo fatto il P.M. dichiara:

GOZZO. «Io sono alla procura di Palermo dal 1992 e quindi molti di questi soggetti li conoscevo. Ad esempio il capitano Arcangioli. Ho visto che ha preso la borsa dalla macchina, o qualcuno gliel’ha consegnata, e lui l’ha portata impettito lontano dalla macchina, praticamente fuori dalla zona transennata… Ha riportato, poi, di nuovo, la borsa nella macchina in fiamme e l’ha rilasciata dentro. Io gliel’ho chiesto: «E’ normale, secondo lei, comportarsi in un modo del genere?». La risposta che mi venne data dal capitano Arcangioli fu che era una cosa che si usava fare in Polizia e tra i Carabinieri, cioè si usava vedere se una cosa fosse utile, prenderla ed eventualmente poi rimetterla nello stesso posto. Io ho detto: «Guardi a me non è mai capitato di verificare una cosa di questo genere in tutta la mia carriera professionale».

Continua… 

Simone Romanato

Nato a Padova il 30 Aprile 1997, dove vive. Ha studiato presso l'Istituto Tecnico per Geometri Belzoni. Ha frequentando l'Istituto Tecnico Superiore per il Risparmio Energetico ITS-RED Academy Attualmente lavora come Geometra

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