Il caso MPS che imbarazza Mario Draghi

È passata poco più di una settimana da quando Mario Draghi ha ricevuto l’incarico dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la creazione del nuovo governo che andrà a sostituire il Conte-bis.
Una sequela di veloci e non del tutto inaspettati eventi ha portato al naufragio del Governo Conte-Bis. Una scena già vista ad agosto del 2019: un politico, Matteo, che improvvisamente si accorge di non riuscire a far più parte della maggioranza e con un schiocco di dita fa cadere il governo in piena pandemia. Una scena identica, se non fosse che questa volta non ci sono mojito in spiaggia, ma cappotti pesanti.

Proprio in questa scena surreale, di una politica tutto tranne che matura e stabile, entra in gioco Mario Draghi. Nel giro di poco più di una settimana è riuscito a ribaltare completamente il sentiment nei suoi confronti. Da un freddo e gelato Monti-Bis, è divenuto l’uomo della salvezza, il tecnico che riuscirà a combattere il virus, fronteggiare la crisi sociale e gestire gli oltre 200 miliardi di euro del Recovery Plan. La comunicazione ha come sempre avuto un ruolo fondamentale, il video dello storico discorso Whatever it takes è rimbalzato ovunque, dalle televisioni ai social media, insieme ad articoli che ritraevano Mario Draghi un uomo del popolo e non più dell’alta finanza.
È riuscito persino a far digerire un governo di larghe, larghissime intese, ad una forza politica come il Movimento 5 Stelle, che mai avrebbe accettato di sedersi nuovamente accanto a Matteo Salvini, accanto al neo-traditore Matteo Renzi, o accanto al suo storico nemico Silvio Berlusconi.

Mario Draghi sembra saper gestire molto bene la situazione politica, ma sarà altrettanto bravo a gestire la vecchia polvere sotto il tappeto che a breve potrebbe ritornar fuori?
Il dossier Monte dei Paschi di Siena ha imbarazzato già nel passato l’ex numero uno della BCE; infatti, fu proprio lui ad avallare l’acquisizione della Banca Antonveneta che portò al crollo dell’istituto senese. L’autorizzazione partì nonostante egli avrebbe dovuto conoscere la pericolosità di quell’operazione dagli atti che aveva il dovere di esaminare. Draghi, si precisa, non è però mai stato ritenuto responsabile in tal senso da parte dell’autorità giudiziaria.

La banca, allora presieduta da Giuseppe Mussari, annunciò la conclusione di un accordo con la banca spagnola Santander per acquistare il 55% di BAV al prezzo di circa 10 miliardi di euro (successivamente maggiorato). Ciò che mise in allarme la maggioranza degli analisti fu che, pochi mesi prima, Banca Santander avesse acquistato la stessa banca a 6,6 miliardi di euro. Il prezzo maggiore venne accettato e giustificato dai manager della banca senese in quanto la banca si sarebbe trovata in un momento di grande crisi e le sue concorrenti avevano precedentemente investito allargandosi.

Nel luglio 2013, a conclusione delle indagini sul dissesto provocato dall’acquisizione BAV, il pubblico ministero di Siena inviò undici avvisi di garanzia in cui figuravano i vertici della banca in questione ed altre, tra cui JPMorgan Chase, con l’accusa di manipolazione dei mercati e ostacolo all’attività di vigilanza. Dopo la crisi del 2011, la vecchia dirigenza della banca, quella finita sotto processo, fu costretta a dimettersi. Nel 2012 divenne presidente della banca l’ex amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, e venne nominato amministratore delegato Fabrizio Viola. La loro amministrazione finirà poi nuovamente sui tavoli del Tribunale di Milano con l’accusa di falso in bilancio e aggiotaggio per aver occultato le perdite  derivanti dall’operazione Alexandria-Santorini. Il punto centrale delle difficoltà di governance di questa banca è alla base della sua costituzione: la Fondazione Monte dei Paschi di Siena. La quota di maggioranza delle azioni era posseduta dalla Fondazione, in cui la maggioranza dei consiglieri veniva nominata con ingenti influenze politiche. Forse proprio il mantenimento di questi delicati equilibri politici permise l’autorizzazione di un’operazione così rischiosa.

Ad oggi le perdite accumulate da MPS toccano quota 23,5 miliardi. L’andamento negativo viene riconfermato dall’ultima perdita di 1,69 miliardi del bilancio 2020. Nel caso in cui MPS non trovasse partner dovrebbe intervenire lo Stato italiano ed ecco che la banca senese tornerebbe in quel caso nuovamente nelle mani di Mario Draghi, con la speranza, questa volta, di fare più attenzione a preservare i risparmi dei contribuenti.

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