Calciomercato e plusvalenze: una bolla economica

Ultimi giorni di calciomercato invernale 2021. La Juventus ufficializza l’acquisto delle prestazioni di Nicolò Rovella, centrocampista diciannovenne del Genoa, in cambio di un paio di giovani del vivaio. Dal punto di vista tecnico nulla di strano da segnalare, un semplice colpo per il futuro, ma se si analizzano le cifre messe in campo qualcosa non torna. Secondo transfermarkt.it, sito di riferimento per le valutazioni dei giocatori, il cartellino di Rovella è stimabile attorno a 4 milioni di euro, eppure la Juventus ne offre ben 18, con la possibilità di salire a 38 grazie ai bonus. Dall’altra parte, il Genoa valuta i due Primavera bianconeri rispettivamente 10 e 8 milioni, cifre mastodontiche rispetto al valore reale, e realizza in questo modo uno scambio a costo zero. Ed è solo uno dei numerosi esempi di trattative economicamente inusuali che affollano il calciomercato.

Più si scava, più le stranezze aumentano. Perché mettere sul piatto una cifra fuori mercato per un giocatore in scadenza di contratto, dunque libero di accordarsi a costo zero pochi giorni dopo? Perché si tratta di uno scambio di favori per attuare una manovra di finanza creativa, ovvero la combinazione tra ammortamento dei cartellini e sistema delle plusvalenze.

La plusvalenza si realizza quando il valore della cessione di un bene, in questo caso le prestazioni di un giocatore, è superiore a quello di acquisto. L’ammortamento del cartellino, invece, viene ripartito sugli anni di contratto. Dunque, un calciatore ingaggiato per 10 milioni con un contratto di 5 anni peserà sui libri contabili per un valore residuo pari a 6 dopo due anni di permanenza. Se a quel punto venisse venduto per 8 milioni, la società cedente finirebbe per mettere a bilancio una plusvalenza netta di 2 milioni, pur realizzando una perdita in termini di risorse reali. Fondamentalmente, la plusvalenza fittizia è un falso in bilancio, ma non c’è nulla da temere, in quanto il reato è stato depenalizzato de facto nel 2002 dall’intervento dell’esecutivo Berlusconi, al contempo proprietario del Milan e – chi lo avrebbe mai detto? – in conflitto d’interessi pure in questo ambito.

A inizio millennio, le plusvalenze contavano per il 20% del bilancio delle maggiori società italiane, spesso generate da scambi di sconosciuti con valutazioni fuori mercato, ma nessuno è stato condannato o ha subito particolari conseguenze, se non l’esplosione dei debiti che ha portato alla cessione dei marchi di molti club. L’abitudine a tali aggiustamenti è stata ridimensionata per qualche anno, salvo esplodere di nuovo nella stagione 2017/2018, quando i ricavi generati da plusvalenze delle società di serie A sono quasi raddoppiati e hanno toccato quota 777 milioni. Esattamente pari a quella degli ammortamenti, dato che rende palese la volontà comune di creare un sistema chiuso e gonfiare i ricavi. Inoltre, 777 è una cifra significativa, il lucky seven delle slot machines, la stessa fortuna che i club inseguono sperando nell’esplosione dei giocatori ingaggiati per generare un introito reale, riparare i debiti coperti dal maquillage finanziario ed evitare di essere attenzionati dall’Agenzia delle Entrate. Fatto accaduto proprio nella stagione 17/18 al Chievo Verona, penalizzato in campionato e ridimensionato dai sequestri della Guardia di Finanza, e al Cesena, poi fallito.

Il motivo, o la scusa, che spinge i club a imbarcarsi sempre più spesso in tali operazioni sta nel dissesto economico per le piccole e nella necessità di aderire al fair play finanziario, ovvero il pareggio di bilancio necessario per essere ammessi alle competizioni europee, per le grandi.

Spesso ci si lamenta con qualunquismo delle cifre che circolano nel mondo del calcio, come se non fossero analoghe negli altri settori d’intrattenimento di massa, e si punta il dito contro gli stipendi dei campionissimi come Ronaldo e Messi, i quali rendono comunque più di ciò che guadagnano. Tuttavia, sarebbe più opportuno chiedersi se queste cifre astronomiche esistano o se siano soltanto numeri riportati su un foglio, specialmente in tempi di giro d’affari ridotto e stadi vuoti a causa della pandemia.

Marco Ferreri

Classe 1993, volevo fare il giornalista ma non ho la lingua abbastanza svelta. Mi arrabatto tra servire pietanze, aprire e consumare bottiglie di vino, crisi esistenziali, argomenti complessi, riflessioni filosofiche di cui non frega niente a nessuno e giochi di ruolo. Amo il paradosso, dunque non posso essere più felice di stare al mondo.

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