Carne coltivata e questioni etiche da dirimere

Nella seconda metà del Novecento, con l’aumentare del benessere nella società, il consumo di carne pro capite in tutto il mondo è più che raddoppiato. Guardando i numeri in valore assoluto, inoltre, la crescita è ancora maggiore, con un aumento di cinque volte rispetto al 1950: in quell’epoca, con 2,7 miliardi di abitanti, il consumo totale era di 45 milioni di tonnellate, contro i 233 del 2000, quando la popolazione era pari a 6 miliardi di persone. Questo ha portato a un inevitabile incremento degli allevamenti, soprattutto quelli intensivi.

I problemi che derivano da questa importante crescita sono diversi e vanno dal consumo delle risorse alimentari, che comprendono i campi coltivati per produrre mangime, all’inquinamento e al consumo di risorse idriche, derivante soprattutto dagli stabilimenti intensivi. Altre importanti conseguenze si hanno dalla deforestazione, sempre funzionale alla produzione di mangimi, e dalle emissioni di gas che provocano l’effetto serra: secondo il rapporto Fao del 2008, l’allevamento è infatti responsabile del 9% delle emissioni mondiali di anidride carbonica, del 35-40% del metano, del 65% dell’ossido di azoto e del 64% di ammoniaca (che comporta le piogge acide). Secondo questo studio, che comprende anche l’allevamento per la produzione di latte, l’emissione di gas serra da attività umane deriva per il 18% da questo settore.

Su questi presupposti si basa la frase di Bill Gates che ha suscitato più scalpore, in un’intervista rilasciata qualche giorno fa al MIT technology Review. Nel suo ultimo libro affronta i temi dell’inquinamento e, rispondendo a una domanda sull’insostenibilità degli allevamenti, afferma: «Non credo che gli 80 paesi più poveri mangeranno carne sintetica. Penso che tutti i paesi ricchi dovrebbero passare al manzo sintetico al 100%». A dicembre 2020, a Singapore, per la prima volta in un ristorante son stati serviti dei nuggets di pollo sintetico o, per usare termini più tecnici, di pollo coltivato in laboratorio. Vista la bassissima diffusione nel mercato, costa ancora abbastanza e non è quindi, per ora, un piatto alla portata di tutti. In futuro, però, potrebbe diventare un modo di combattere la fame nel mondo.

Questa modalità di produrre carne, che consiste nella coltivazione in vitro a partire da cellule animali, permette di avere lo stesso prodotto evitando la macellazione degli animali. La coltivazione avviene attualmente con l’utilizzo di siero fetale bovino (un liquido ottenuto dai feti di femmine gravide di bovino nel processo di macellazione, e sfruttato anche nella ricerca biomedica), usato per nutrire e far moltiplicare le cellule alla base delle future fibre di carne. Le nuove forme di produzione, se attuate su larga scala, possono diventare un modo strategico per ridurre, almeno in parte, l’inquinamento che deriva da attività umane. Tuttavia, rimane ancora qualche questione etica da dirimere. 

In primis, va tenuto conto dello scetticismo dei consumatori: si chiedono se la «nuova carne» sia effettivamente equivalente a quella di comune consumo, non solo in fatto di qualità, ma anche di sapori. Di fatto, nelle proprietà nutritive non cambierebbe molto, visto che i tessuti ricreati non sono differenti dall’originale; rimarrebbe da cambiare, però, la consuetudine che ci ha accompagnati per decenni. Un’altra questione etica riguarda il destino degli animali: chi ha a cuore la natura si chiede se l’obiettivo sia solo combattere l’inquinamento o se, parallelamente a questi metodi tecnologici di produzione, ci sarà più attenzione alla fauna, garantendo la libertà in natura degli animali stessi che non sarebbero più usati per la macellazione o la produzione di altri prodotti, assicurando così anche il mantenimento della biodiversità.

Un’ultima questione riguarda, invece, il rapporto dell’uomo con la carne. Molti si chiedono, infatti, se il consumo di carne sia veramente necessario o se si possa limitare, a prescindere dal fatto di allevarla o di produrla in laboratorio. La Eat Just, startup di San Francisco che produce i nuggets di cui abbiamo già accennato, afferma che il siero fetale di bovino usato per far «crescere» i prodotti potrebbe essere sostituito, in un futuro non troppo distante, da prodotti vegetali, rassicurando chi ha espresso dubbi su questo aspetto. Non passerà molto tempo, quindi, prima di capire se questa rivoluzione porterà un effettivo miglioramento dell’ambiente e delle condizioni degli animali, oppure se resterà un business fine a sé stesso.

Mirco Romanato

Nato a Padova il 15 giugno 1994. Diplomato in ragioneria, attualmente iscritto alla triennale di Ingegneria dell'Energia nella mia città. Sono una persona curiosa in molti i campi, dalle nuove tecnologie, in particolare quelle che riguardano l'ambiente, alla politica, passando per lo sport.

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