Rugby italiano: ora che si cambia, che cosa cambiare?

Il weekend passato ha portato alla conferma di quanto auspicato e predetto da molti in ambito ovale: Marzio Innocenti è il nuovo presidente della Federazione Italiana di Rugby, lasciando al predecessore Alfredo Gavazzi solo il weekend per l’onere delle armi.

Infatti è notizia di ieri che Franco Ascione non sarà più il responsabile dell’area tecnica FIR, pur mantenendo il ruolo negli organismi internazionali. Questa mossa è vista da molti come un segno di discontinuità, nonché primo simbolo di un futuro cambio di passo.
Già, il cambio di passo, esso avviene per meriti tecnici ovviamente, ma per il rugby nostrano deve passare fondamentalmente anche da altre strade, tra cui quella del cambio di punti vista in termini di percezione dello sport: verrebbe da dire da dentro a fuori.

Si badi bene che il tema è assai complesso. Non si parla di una mala gestione del cappello che la federazione ha messo sulle iniziative di comunicazione, volte al coinvolgimento del pubblico. Qui si parla di un’apparenza che spesso ha messo in condizione sfavorevole chi pratica questo sport e chi lo guarda.
Il rugby ha vissuto nel nostro Paese una curva sinusoidale, toccando punti di massima attenzione oppure affossandosi su sé stesso per poi chiudendosi a riccio.

Nell’articolo sul Sei Nazioni, il torneo era preso come una scusa per capire lo stato di salute delle nostre file, il numero di tesserati attuali e quello degli anni passati, il numero dei campi disponibili sul nostro territorio e quello delle squadre in nazioni il cui numero di abitanti non supera quello del Piemonte. Insomma, che cosa fare per far tornare la voglia di rugby in Italia?

Prima di tutto i risultati certo, quindi i meriti tecnici. Uno sport che non porta a casa punti non desta interesse e volgarmente non crea quell’immagine di eroe che di solito si in personifica in chi lo gioca ad alti livelli. Tornare a guardare il rugby come dal punto di vista di un bambino e portarlo nelle scuole in maniera più massiva di quanto non si stato fatto sino ad ora, sarà un altro passaggio fondamentale all’interno di una catena che dovrà per forze di cose partire dal basso.

Un altro punto è da mettere in luce: come è stato raccontato il rugby? Forse troppo spesso dai rugbisti per i rugbisti, lasciando a chi lo guarda da fuori una coltre di parole come valori, solidarietà e cavalleria, quando eravamo tutti quanti immersi nel cemento, fermi e poco propensi al fare un passo verso.

Chi vi scrive ha la responsabilità di alcuni passaggi in questa comunicazione, seppur microscopici. Scelte che per convenzione sono state volutamente romantiche in un Paese che da tempo ha scelto la palestra per cercare la salute fisica. Il primo punto da cui partire è quindi quello di rivedere un trend tipicamente diffuso anche sui social, ovvero l’arroccamento in gruppi di valori.

Occorre prendere in considerazione l’idea di ripartire dallo sport di squadra, dove la parola sport è stata spesso surclassata  dai terzi tempi, le grigliate o le birre. Peccato perché la squadra invece c’è.
In questi tempi di sfacelo molte piccole realtà si sono dovute unire per mantenere il gioco ed il ruolo conquistato negli anni. In mancanza di campi e di una situazione comune a molti altri sport portata dal Covid, i giocatori fremono e si sono raccolti attorno alle partite trasmesse in televisione.

Quello che regala questo sport è indescrivibile, lo sappiamo bene, allora bisogna incominciare a raccontarlo per come è impostato, per come è nato. Si devono rompere i tabù che lo demonizzano e metterne in luce le peculiarità. Bisognerà approfittare di questo periodo di vuoto e di mancanza di contatto fisico per creare una vera e propria palestra comunicativa.
Raccontare il rugby dovrà diventare una vera e propria linea da percorrere in maniera seria, tracciando le fasi che devono partire dal dialogo, mettendo a nudo le incertezze e togliendo le apparenze. Il rugby deve tornare sul campo, si usino come teatro i giardini o i parchi, più tutti i canali web in cui è possibile entrare per portare fuori questo sport che merita di essere realmente conosciuto.

Federico Garau

Laureato in Storia del Costume, lavoro nel settore turistico da oramai un decennio. Gioco a Rugby e sono pur sempre un romanticone. Co-creator di Hero Friend.

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