Caso Open Arms: chiesto il rinvio a giudizio per Salvini

Nella giornata di ieri, presso l’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo si è tenuta l’udienza preliminare del processo che vede imputato Matteo Salvini, ex ministro dell’Interno e leader della Lega, per sequestro di persona aggravato e abuso d’ufficio. Il procedimento si riferisce al blocco in mare di una nave appartenente alla ONG Open Arms, con annesso mancato sbarco dei migranti da essa trasportati.

Il procuratore Francesco lo Voi ha sottolineato due elementi di particolare rilevanza durante la requisitoria dell’accusa: il modus operandi di Salvini, che avrebbe assunto tali decisioni in autonomia e avrebbe messo il resto del Governo di fronte al fatto compiuto affidandosi ai propri canali social, e la totale assenza di difesa dell’interesse nazionale. Il primo punto risulta essenziale per tracciare il contesto in cui si sono svolti i fatti incriminati, pressoché identici in termini di attori, testimoni ed elementi probatori a quelli discussi nel processo Gregoretti, in corso a Catania. Inoltre, giustifica la seconda assunzione, focale per l’imputazione di sequestro di persona.

Noto è il precedente, ovvero il mancato attracco della nave Diciotti nell’agosto 2018. In quell’occasione il voto parlamentare per l’autorizzazione a procedere esonerò Salvini dal processo, dopo che Conte, Di Maio, Toninelli e gli altri ministri si erano pubblicamente addossati parte della responsabilità per la decisione, definita politica e collegiale. Il blocco della Diciotti avvenne all’inizio dell’esperienza di Governo Conte 1, a maggioranza compatta e con l’obiettivo dichiarato di portare all’attenzione dell’UE, che dichiarò di aver colto salvo tornare a dormire il secondo dopo, l’urgenza di superare le attuali politiche di gestione degli arrivi, considerate penalizzanti per l’Italia.

I casi Gregoretti e Open Arms, invece, capitarono poco prima e durante la crisi del suddetto governo, quando i contatti reciproci erano al minimo, non si riuniva un Consiglio dei Ministri da settimane, Conte e M5S svoltavano in senso europeista appoggiando Von der Leyen, Salvini sbraitava di staccare la spina per assumere pieni poteri ubriaco al Papeete e Conte ne denunciava il comportamento irresponsabile in Parlamento. Siccome il leader della Lega era solito fare dichiarazioni e prendere scelte a briglia sciolta nel tentativo d’imporre il proprio indirizzo su quasi ogni questione, comprese quelle che non erano minimamente di sua competenza, supporre che si sia preso la briga di coinvolgere l’alleato di governo con cui era ai ferri corti proprio sul cavallo di battaglia elettorale della Lega appare assai contraddittorio.

Toninelli, allora ministro dei Trasporti, dopo aver testimoniato sul caso Gregoretti ha dichiarato che, sebbene la linea governativa sull’immigrazione puntasse con decisione alla redistribuzione comunitaria, non era stato istituito alcun automatismo per gli sbarchi, la cui autorizzazione veniva decisa caso per caso. Nonostante ciò potrebbe apparire come un punto a favore della difesa, va precisato che il suggello finale sulle decisioni era comunque nelle mani di Salvini, il quale si trovava dunque nella condizione di poter scavalcare il governo. Tuttavia, l’ex ministro afferma nelle memorie difensive che l’indicazione del POS (Place of Safety, ovvero porto sicuro per lo sbarco) spettasse ad altri ministeri, quand’è invece prerogativa del Viminale. In virtù di ciò si configura l’accusa parallela di abuso d’ufficio.

Per quanto riguarda Open Arms, invece, la permanenza in mare durò ben ventuno giorni, senza che nemmeno i minori potessero sbarcare. Fu Conte a esporsi sia pubblicamente sia privatamente a questo riguardo, ottenendo l’autorizzazione previa precisazione che Salvini si dissociava dalla scelta. In seguito, mentre la crisi di governo si risolveva nella nascita del Conte 2, intervenne la magistratura sequestrando la nave e pose fine allo stallo.

Toccherà al gup decidere sul rinvio a giudizio, che appare molto probabile. In sede processuale risulterà decisivo attestare se l’altolà sia stato condiviso o meno. Se così fosse, le inchieste Open Arms e Gregoretti diverrebbero analoghe al caso Diciotti, in cui la difesa dell’interesse nazionale, al netto delle opinioni su com’è stato portato avanti, era palese ed esplicita. In caso di azione solitaria, invece, Salvini avrebbe avvantaggiato soltanto la Lega e ciò risulterebbe di assoluta gravità anche se non avesse commesso reati, in quanto un ministro che agisce identificando l’interesse nazionale con quello del proprio partito si proietta ad anni luce di distanza dalla democrazia.

Marco Ferreri

Classe 1993, volevo fare il giornalista ma non ho la lingua abbastanza svelta. Mi arrabatto tra servire pietanze, aprire e consumare bottiglie di vino, crisi esistenziali, argomenti complessi, riflessioni filosofiche di cui non frega niente a nessuno e giochi di ruolo. Amo il paradosso, dunque non posso essere più felice di stare al mondo.

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