Assorbenti non vendibili e autocertificazioni del ciclo: facciamo chiarezza

Ieri ha scatenato un putiferio sui social il racconto di una studentessa pugliese che, andata al supermercato per comprare degli assorbenti, ha scoperto con stupore e sconcerto che questi prodotti fanno parte di quelli non vendibili in zona rossa. Per farla breve, per legge non possono essere acquistati nella grande distribuzione tutti quei prodotti che sarebbero acquistabili in negozi che non possono rimanere aperti secondo le norme per il contenimento del Covid. La discutibile motivazione di un provvedimento come questo risiede anche nella volontà di evitare la concorrenza sleale tra negozi «specializzati» e grande distribuzione. Comunque sia, non volendo noi addentrarci su quanto sia opportuna una norma come questa, ci limitiamo a proporvela come premessa alla storia che stiamo per raccontarvi.

Il post della ragazza è abbastanza eloquente: «SIAMO ARRIVATI ALL’ASSURDO! Questa sera sono andata a comprare due pacchi di assorbenti ma mi è stato vietato perché non sono considerati “beni di prima necessità”. Quindi non solo sono considerati “beni di lusso”, non solo paghiamo il 22% di IVA, ma adesso devo anche privarmi di un qualcosa di cui IO E MILIARDI DI DONNE abbiamo bisogno ogni mese! CHE FACCIAMO,?? per questa zona rossa non facciamo venire la mestruazione???SONO SENZA PAROLE!». A questo si aggiunge che, secondo quanto la ragazza ha raccontato al Nuovo Quotidiano di Puglia, lei avrebbe preso comunque il pacco di assorbenti e alla cassa le sarebbe stato detto che «questi prodotti dopo le 18 non si possono acquistare, a meno che non dimostri con una autocertificazione ai Carabinieri che hai il ciclo». Assurdo, insomma, tanto assurdo che appare bizzarro che la ragazza non lo abbia scritto già nel suo post su Facebook.

Una storia come questa, dicevamo in partenza, ha scatenato un putiferio sui social network, con provocatorie proposte su come poter autocertificare il ciclo mestruale. Di fronte a una vicenda allucinante, solo il paradosso può evitare un’incazzatura che parrebbe del tutto motivata. Soprattutto perché l’autrice dell’articolo sul Nuovo Quotidiano di Puglia, Maria De Giovanni, spiega: «Se in Scozia gli assorbenti sono gratis, in Italia si deve combattere ancora per farlo diventare un diritto non tassato come un bene di lusso». Questa vergognosa vicenda è dovuta, quindi, a un’altrettanto vergognosa ordinanza (aggettivi inseriti da chi scrive) che si associa alla cosiddetta tampon tax (l’Iva al 22% sugli assorbenti) nel non riconoscere l’assoluta necessità degli assorbenti.

Ma cerchiamo di andare più a fondo. L’articolo due dell’ordinanza firmata dal presidente della Puglia Michele Emiliano in data 26 marzo 2021 parla di «limitare gli orari degli esercizi di tutte le attività commerciali consentite dal DPCM 2 marzo 2021 in zona rossa (art.45) disponendo la chiusura alle ore 18,00, ad eccezione delle attività di vendita di generi alimentari, di carburante per autotrazione, di combustibile per uso domestico e per riscaldamento, delle edicole, dei tabaccai, delle farmacie, delle parafarmacie».

L’ordinanza di Emiliano si rifà al decreto del 2 marzo del presidente del Consiglio Mario Draghi che all’articolo 45, dove si parla delle restrizioni in zona rossa, dice che:

«Sono sospese le attività commerciali al dettaglio, fatta eccezione per le attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità individuate nell’allegato 23, sia negli esercizi di vicinato sia nelle medie e grandi strutture di vendita, anche ricompresi nei centri commerciali, purché sia consentito l’accesso alle sole predette attività e ferme restando le chiusure nei giorni festivi e prefestivi di cui all’articolo 26, comma 2».

Se si va al citato allegato 23 si trova la vendita di assorbenti sotto la dicitura «Commercio al dettaglio di articoli igienico-sanitari».

Qual è il punto, quindi? Nell’ordinanza pugliese si parla «delle attività di vendita di generi alimentari», che non si riferisce all’atto di vendere, bensì all’attività commerciale che si occupa di generi alimentari. Infatti si usa il plurale: delle attività. Sembra una sciocchezza ma è tutto lì il punto. In pratica, seguendo il senso dell’ordinanza di Michele Emiliano secondo il dpcm a cui fa riferimento, sono costrette a chiudere alle 18 le attività commerciali che non rientrano nell’elenco. A sostegno di questo c’è la fotografia scattata dalla ragazza, messa a corredo del suo post di denuncia: «Non è possibile acquistare i prodotti in quest’area». Non c’è scritto, per esempio, «dopo le 18».

Qual è l’unica conclusione a cui si può arrivare dopo tutti questi ragionamenti? Probabilmente il cartello è stato messo lì per errore. È difficile capire però in quale supermercato sia avvenuta la vicenda: nel post pubblicato dalla ragazza si vedono le confezioni di assorbenti Esselunga e il cartello che non parla di orari, mentre il Nuovo Quotidiano di Puglia pubblica una foto con assorbenti a marchio Conad e un cartello diverso, come potete vedere qui sotto. E, a una ricerca per immagini su Google, nessuna delle due foto sembra essere un’immagine di repertorio. Quindi che cartello c’era e, soprattutto, in che supermercato è avvenuta la vicenda?

Poi, ovviamente, la risposta che la cassiera avrebbe dato alla ragazza è paradossale. Ammesso e non concesso che autocertificare il ciclo mestruale abbia un qualche senso giuridico, sia il dpcm che l’ordinanza pugliese rendono non vendibili alcuni prodotti, indipendentemente da quale autocertificazione si possa presentare. Quindi la risposta della cassiera è ancora più immotivata pur rimanendo comunque pronunciata da una cassiera, nel racconto della ragazza. Suona un po’ esagerato l’attacco dell’articolo pubblicato sul Corriere Salentino: «Gli antichi romani la chiamavano “inspectio corporis”: era una pratica in uso per accertare il raggiungimento della pubertà dei maschi ancora impuberi. Eppure ieri, 30 marzo 2021 d.C., una ragazza ha rischiato qualcosa di simile, quando si è sentita dire che avrebbe dovuto dimostrare ai Carabinieri o al sindaco di avere il ciclo, affinché le fosse esteso il permesso di comprare un pacco di assorbenti dopo le 18». Nessuna persona qualificata a chiedere un’autocertificazione ha mai chiesto di provare di avere il ciclo mestruale, lo ha fatto semmai una cassiera che parla solo per se stessa.

Il risultato è una vicenda di cui non si capisce granché, se non che una cassiera avrebbe detto cose assurde e non corrispondenti al vero. Punto. Tutto il resto sarebbe da verificare, prima di raccontare questa storia. E non per sfiducia nei confronti della ragazza che ha fatto la denuncia, che sicuramente ha detto la verità, ma perché siamo giornalisti ed è già tanto se diamo per vero quello che ci dice nostra madre.

Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

Rispondi

Shares