L’energia nucleare come mezzo di transizione?

Mercoledì 31 marzo la pagina Instagram di Scientificast (associazione che si occupa di divulgazione scientifica) ha trasmesso una diretta sul nucleare, con l’obiettivo di discutere dei principali pro e contro di questa tecnologia che, periodicamente, torna al centro del dibattito di riduzione delle emissioni e, in particolare, di gas serra, che contribuiscono al riscaldamento globale. Hanno partecipato tre giovani esperti: due membri della redazione di Scientificast, Simone Angioni e Giorgio Garlaschelli, rispettivamente chimico e ingegnere nucleare, e Serena Giacomin, climatologa e Presidente dell’Italian Climate Network, associazione che si occupa di cambiamento climatico e delle sue conseguenze sulla società e sull’economia.

Il primo aspetto affrontato è quello delle emissioni di gas serra. Questo è decisamente un punto a favore delle centrali nucleari: confrontando questa fonte di energia con le altre fonti, Giacomin afferma che le emissioni di gas serra sono paragonabili a quelle dell’eolico, inferiori a quelle del fotovoltaico, cinquanta volte minori rispetto a quelle del gas e cento volte inferiori a quelle del carbone. La forza del nucleare in questo ambito, spiega Garlaschelli, è dato proprio dalla fissione nucleare che, dividendo l’atomo di Uranio,  libera moltissima più energia rispetto ai processi chimici di combustione delle fonti fossili tradizionali.

Un altro tema dibattuto, restando nella sostenibilità ambientale, è quello dell’acqua, necessaria per raffreddare il nocciolo del reattore. Garlaschelli ricorda che la centrale di Fukushima, in Giappone, durante la tragedia del 2011, ha tratto vantaggi e svantaggi dal sito in cui è stata costruita. Il maremoto arrivato dall’oceano è stato la causa dei problemi tecnici alla centrale, che hanno mandato l’impianto fuori uso; la vicinanza al bacino d’acqua ha, tuttavia, permesso di evitare danni maggiori, perché proprio da lì è stata pescato il liquido necessario per il raffreddamento. Il dubbio principale riguarda il futuro: se dovessimo costruire centrali nei pressi dei fiumi, con il cambiamento climatico si potrebbero avere periodi di siccità che non garantiscono una portata di acqua sufficiente a quella di cui necessita dell’impianto.

Le obiezioni che concernono invece l’impianto in sé, sono invece incentrate sui tempi di costruzione. I Paesi che usano l’energia nucleare impiegano più tempo rispetto agli Stati Uniti o ad altri Paesi in altri continenti, per questo ci si chiede se, dopo 7/10 anni dal progetto, la tecnologia non diventi obsoleta rispetto alle scoperte tecnologiche che, ultimamente, evolvono in tempi sempre più veloci. A questo si potrebbe ovviare con una nuova tecnica, messa a punto da una startup, che consiste negli «small modular reactor», ossia la costruzione di più reattori, più piccoli, per accorciare i tempi di costruzione e far entrare in funzione prima la produzione di energia.  Per costruire un reattore più piccolo servirebbero due anni e, se la tecnologia evolve, i successivi possono essere costruiti in altri modi.

Un altro vantaggio dell’energia nucleare è la produzione continua: le rinnovabili come il fotovoltaico e l’eolico dipendono da fattori naturali come sole e vento e rischiano, molto spesso, di non poter garantire una copertura adeguata rispetto alla richiesta. Con l’uranio il problema di continuità non si pone subito, ma si porrà comunque più avanti, essendo una fonte esauribile. Il problema più sentito dai cittadini è, invece, lo stoccaggio dello stesso uranio: Angioni dice, senza mezzi termini, che «pensare di sotterrare rifiuti radioattivi, per decine di migliaia di anni, fa schifo». Precisa però che ad oggi, con tutto l’inquinamento prodotto dalle fonti tradizionali, la situazione è comunque insostenibile. In Francia, dove sono attive 19 centrali nucleari, si può calcolare che ogni cittadino produce 1 kg di rifiuti radioattivi durante il corso della vita. Non è molto e, in Finlandia, stanno costruendo un deposito che può raccogliere tutti i rifiuti europei per molto tempo.

Proprio in questi giorni la Commissione Europea sta decidendo il Piano Strategico per il futuro: si tratta di indicare quali fonti di energia possano essere catalogate come rinnovabili e, quindi, quali siano quelle su cui conviene puntare nel breve e nel lungo periodo. Al di là delle decisioni finali, la diversificazione sembra essere la scelta migliore, almeno nel breve: finché non avremo abbastanza rinnovabili e non svilupperemo sistemi di accumulo efficiente, potrebbe convenire puntare sul nucleare come mezzo di transizione.

Mirco Romanato

Nato a Padova il 15 giugno 1994. Diplomato in ragioneria, attualmente iscritto alla triennale di Ingegneria dell'Energia nella mia città. Sono una persona curiosa in molti i campi, dalle nuove tecnologie, in particolare quelle che riguardano l'ambiente, alla politica, passando per lo sport.

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