Gli intramontabili dubbi sulla guerra in Afghanistan

Il 14 aprile scorso Joe Biden ha annunciato il ritiro delle forze militari statunitensi e delle forze Nato dal territorio afghano. Questa terra per quasi venti anni è stata il teatro della più lunga guerra mai condotta da parte degli Stati Uniti, la quale ha avuto inizio il 7 ottobre del 2001, in seguito all’attacco alle Torri Gemelle avvenuto l’11 settembre dello stesso anno. Al di là dello spiegamento di forze in campo tenuto vivo per circa 19 anni, al di là della spesa di ben oltre 827 miliardi di dollari soltanto per il popolo americano e al di là del fatto che poco o nulla di quello a cui si è lavorato sia ad oggi realmente consolidato, notiamo tuttavia che questa guerra ci suggerisce notevoli e interessanti spunti di riflessione e nondimeno molte, forse troppe questioni lasciate in sospeso.

Prima fra tutte, anche se è ormai passato diverso tempo, non possiamo esimerci dal valutare la liceità dell’intervento statunitense in Afghanistan. Secondo la Carta delle Nazioni Unite la guerra è sempre da condannarsi. L’unica eccezione è costituita dall’art.51 che attribuisce agli Stati non solo un diritto di legittima difesa individuale, ma anche collettiva. Su questo punto parrebbe che gli Stati Uniti siano a posto. L’attacco dell’11 settembre 2001 pone una solida base attraverso la quale giustificare l’intervento armato. Tuttavia l’art.51 non specifica se l’attacco armato, che darebbe il diritto a reagire in legittima difesa, debba provenire da uno stato oppure possa derivare anche da un’entità non statale, in questo caso da un gruppo terroristico, i talebani. Ad ogni modo l’azione degli Stati Uniti è stata all’epoca avallata dal Consiglio di Sicurezza ONU. Nonostante ciò, ad oggi, le opinioni in merito a questa faccenda rimangono peraltro molto controverse. A tal proposito nel 2007 l’Institut de Droit International ha adottato una risoluzione secondo la quale la risposta armata contro un’entità non statale sia consentita, all’interno di uno Stato territoriale, solo in termini molto circoscritti e il caso della guerra in Afghanistan non sembrerebbe uno di questi.

Un altro punto interessante è il ruolo della Nato nella guerra. Come molti sapranno la Nato o Patto Atlantico nacque nel 1949, con l’intento di garantire una maggiore sicurezza territoriale ai paesi parte dell’accordo dai pericoli che, all’epoca molto forti, provenivano dall’Unione Sovietica. Infatti, il patto stabilisce come sua sfera geografica di interesse oltre ai territori stati membri in Europa e nell’America settentrionale, le isole site nella zona dell’Atlantico settentrionale, le navi e aeromobili che si trovino nelle acque del Mediterraneo e quelle nell’Atlantico settentrionale oltre allo spazio aereo sovrastante. A questo punto la domanda sorge spontanea: ma l’Afghanistan? Tra le altre innumerevoli singolarità di questo conflitto, l’operazione in Afghanistan può annoverare anche quella di essere stata la protagonista di un’azione Nato fuori dal suo usuale perimetro di azione. Le ragioni di questa partecipazione, a distanza di tanti anni, creano ancora troppi dubbi e incertezze e per ricollegarci al concetto della legittima difesa ci fanno dubitare sul reale rispetto dei principi di necessità e proporzionalità ad esso legati per quanto sia difficile definirli quantitativamente.

Un’altra questione: perché andare via proprio ora? Per quanto possa apparirci improvvisa la decisione degli Stati Uniti di porre fine alla guerra, la questione era già stata valutata da diverso tempo. La scelta percorsa da Biden ci appare razionale e prevedibile ma si tratta di una strada già tracciata in precedenza dall’amministrazione Trump. Finalmente, dopo diciannove anni di conflitto, si è giunti alla conclusione che la soluzione militare non sia perseguibile in Afghanistan. Tuttavia non si spiega perché lasciare tutto proprio ora, tanto più che nulla di ciò a cui si è lavorato in questi anni è stato portato a compimento o risolto. Dubbia appare inoltre, per il futuro, la tenuta del governo afghano di Kabul, ritenuto ancora troppo fragile e la cui esclusione dai recenti negoziati di Doha, tra Stati Uniti e talebani, non ha certamente contribuito a consolidarne la forza.

Certo è che questo conflitto, come tanti primi di lui, è il naturale prodotto di impulsi momentanei, di vecchie e mai sopite antipatie, di errori compiuti negli anni ’70 e di interessi vari e ben noti a tutti ma mai dichiaratamente espressi. Ciò che lascia, come tutti gli altri conflitti suoi fratelli, è disordine, distruzione e incertezza. Tanti erano i problemi e le questioni in sospeso dalle quali si è generato negli anni ’90 e altrettanti sono oggi i problemi che ha lasciato e che negli ultimi vent’anni ha contribuito a produrre.

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