Israele e Palestina: il riepilogo di questi anni cruenti

Nel corso degli ultimi giorni abbiamo assistito, ancora una volta, alla fine di una delle tante e momentanee tregue tra il popolo palestinese e il popolo israeliano. I bombardamenti, che non risultavano essere così violenti dall’ultima guerra del 2014, hanno causato fino ad ora la morte di ben 202 persone, alle quali si sommano più di 1700 feriti.

Tale conflitto, come sappiamo, ha origini molto antiche. Si ritiene che l’intera vicenda abbia avuto inizio a partire dagli anni successivi alla fine della Prima Guerra Mondiale quando, dopo la caduta dell’Impero Ottomano, la Palestina, divenuta un protettorato britannico, venne identificata come il luogo adatto da destinare al popolo ebraico che venne così incoraggiato dal governo di Londra a insediarvisi.

Ovviamente i problemi con la popolazione palestinese sorsero fin da subito. Le discriminazioni nei confronti dei lavoratori arabi in favore di quelli ebrei nell’area e la crisi degli anni venti posero le basi per la nascita di una forte ostilità fra le due popolazioni. Successivamente la Grande Rivolta Araba del 1936, repressa con la violenza da parte delle truppe britanniche, non fece altro che acuire l’odio reciproco già attecchito fra le parti.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto, l’urgenza di trovare una terra per gli ebrei emerse con ancora maggiore forza. L’ONU, con la risoluzione 181, tentò di trovare una soluzione attraverso la creazione di due stati indipendenti, quello israeliano e quello palestinese. La decisione, approvata dalla comunità internazionale, venne tuttavia contestata dai diretti interessati e sfociò in una violenta guerra civile che culminerà con la vittoria degli israeliani e la nascita dello Stato di Israele nel 1948.

Tutto ciò che accadde a partire da quel momento in poi è quanto a cui noi, ancora oggi, possiamo assistere. Momenti di relativa pace si alternarono ciclicamente a momenti di scontro, come la Guerra dei Sei Giorni, che portò all’occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, enorme distruzione e migliaia di morti.

In particolare, il dissidio del mondo arabo verso Israele si concentrerebbe su alcuni punti quali: il mancato riconoscimento dello Stato Ebraico e l’assenza di dialogo con esso; i tentativi di sabotaggio economico; le discriminazioni perpetrate ai danni delle minoranze ebraiche entro i confini dei paesi arabi; infine, la teoria della macchinazione dell’Occidente che si riterrebbe usi Israele come «longa manus» nei loro confronti.

Anche Israele, dal canto suo, non ritiene legittima la presenza del popolo palestinese in quei territori poiché li considera maggiormente connessi al proprio passato e alla propria cultura, anche in ragione delle radici storico – bibliche con quei luoghi.

Nonostante le cessioni territoriali che Israele ha accordato nel corso degli ultimi anni, accogliendo la nascita di forme di autogoverno palestinese in alcune aree, le due parti non sono mai riuscite a trovare un compromesso per una gestione condivisa e cooperativa dei territori.

Tanti e certamente troppi sono i dissidi religiosi, etnici e politici tra i due popoli e troppe sono le violenze reciproche che si sono verificate nel corso dei decenni in queste terre. Il conflitto, che è da considerarsi come uno tra i più complessi della storia umana, pare ancora oggi di indefinibile risoluzione, tanto più che le sofferenze patite dalle popolazioni nella Striscia di Gaza, soggetta ad anni di embargo, oltre che al perenne ed estenuante stato di militarizzazione in cui vive Israele, non fanno altro che alimentare periodicamente lo scontro.

Di tutte le soluzioni finora proposte che si avvicina maggiormente all’ideale a cui si dovrebbe aspirare, ovvero la cooperazione tra i due popoli, non possiamo non citare il progetto di Daniel Barenboim, musicista e direttore d’orchestra israeliano. Egli, attraverso la creazione dell’orchestra sinfonica WEDO, si propone di favorire il dialogo e la comprensione tra musicisti provenienti da paesi e culture storicamente nemiche. Il suo gruppo, che comprende ragazzi israeliani, palestinesi, libanesi, siriani ed egiziani, offre un’occasione di dialogo e accettazione dell’altro attraverso la passione per la musica.

Secondo Barenboim l’esperienza orchestrale fornisce un buon esercizio di ascolto dell’altro. Il musicista, mentre esegue la propria parte, deve al contempo ascoltare gli altri musicisti dell’orchestra e così facendo mettersi in relazione con loro. Questi impara dunque a coesistere insieme agli altri e a convivere con quello che gli altri fanno.

Pertanto, per quanto impossibile possa apparire, c’è da credere che probabilmente soltanto qualora si ammetterà l’ormai inevitabile indivisibilità dei destini del popolo israeliano e del popolo palestinese si riuscirà forse ad agire nell’interesse di entrambi.

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