AstraZeneca: Stefano Feltri colpevolizza i giovani che lo hanno rifiutato

Durante i tempi bui dei primi lockdown ai giovani si chiedeva di essere responsabili, di pensare ai propri nonni e di sacrificarsi, almeno metaforicamente, per difendere i più deboli. Quando a inizio anno sono arrivate le prime dosi di vaccino e si è dato il via alla campagna vaccinale le intenzioni del Governo sono state chiare fin dall’inizio: prima si vaccinano le categorie a rischio impegnate in prima linea nella battaglia contro il covid, poi sarà il turno del resto della popolazione a partire dai nonni d’Italia, gli over 80 che erano stati e sono tuttora la categoria più a rischio. Sulle motivazioni che hanno portato a questa e altre decisioni organizzative in merito alla campagna vaccinale nulla da ridire: esistono fior fiore di esperti in materia che hanno fatto del loro meglio per identificare i migliori criteri con cui somministrare il vaccino alla popolazione. A far storcere il naso è altro.

Sei giorni fa il direttore del neonato quotidiano Domani, Stefano Feltri, si è lasciato andare ad una riflessione di dubbio gusto sull’incidenza di egoismo e responsabilità nella scelta delle generazioni più giovani di non vaccinarsi con AstraZeneca. A sua discolpa va detto che, seppur fosse già nell’aria, il divieto assoluto di somministrare il vaccino AstraZeneca agli under 60 è arrivato solo un paio di giorni dopo. Tra gli accesi dibattiti nei salotti mediatici, la cui credibilità è oramai ai minimi storici, e le affermazioni più disparate da parte di uomini di scienza, di politica e di pseudo-scienza e pseudo-politica quella di Feltri è una posizione rimasta in sordina ma che, almeno per la faccia tosta che ha dimostrato il suo autore, merita di essere commentata.

Partiamo dall’inizio: l’assunto alla base del ragionamento del direttore di Domani è che in una pandemia il vaccino debba essere considerato un atto altruistico e di conseguenza rifiutarsi di ricevere la propria dose di vaccino per paura di complicanze è una forma di egoismo puro. A grandi linee il discorso potrebbe anche filare: sul fatto che i vaccini siano anche, e forse soprattutto, una scelta che va aldilà del personale in tempi di pandemia così come nell’ordinaria quotidianità si spera di essere sempre tutti d’accordo, ma il punto non è questo. Feltri si rivolge esplicitamente ai giovani, a quelle generazioni che hanno detto no al vaccino AstraZeneca perché intorno a loro non c’era nessuno che dicesse a cuor leggero: «Andate e vaccinatevi, non vi succederà niente!». Non c’era nessuno a pronunciare queste poche parole perché con AstrraZeneca non si è stati sicuri fin dall’inizio, ogni settimana in più di campagna vaccinale portava nuovi dubbi e nuove ipotesi sulla possibilità di precluderne la somministrazione a determinate categorie.

Il binomio tra giovinezza e debolezza non è certo tra i più immediati ma in queste circostanze è il caso di dirlo: di fronte ad AstraZeneca i deboli sono i giovani, loro i soggetti da proteggere e verso cui sentirsi responsabili. Nel suo editoriale Feltri sostiene che lasciare la possibilità ai giovani di dire no ad AstraZeneca, prima che fosse vietato, sia un atto diseducativo da parte degli adulti al governo e alla guida delle agenzie sanitarie. È evidente che con il senno di poi l’unica decisione diseducativa sarebbe stata quella di continuare a permettere che il famigerato vaccino venisse offerto ai giovani, ma, pensandoci a priori, perché facciamo così fatica ad accettare che anche i giovani possano aver bisogno di aiuto e che non siano sempre e per forza degli irresponsabili egoisti bramosi di movida?

Beatrice Caniglia

Studentessa universitaria di Sociologia e aspirante giornalista. Mi cimento in articoli di attualità e cultura con un occhio di riguardo per le questioni sociali.

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