Plastica: nuovo divieto tra tante difficoltà

Dal 3 luglio, in Unione Europea, è vietata la produzione degli oggetti di plastica usa e getta. L’obiettivo, come si legge all’inizio della direttiva UE che l’Italia ha (in parte) recepito, è quello di ridurre la quantità di plastica in mare: essa costituisce, infatti, l’80-85% del totale dei rifiuti marini, in base ai conteggi degli oggetti rinvenuti sulle spiagge, come in particolare piatti e posate, cannucce, cotton fioc, palette da cocktail, bastoncini dei palloncini, contenitori per alimenti e bevande in polistirolo. Rimane autorizzata la vendita del materiale già prodotto, fino ad esaurimento scorte.

L’Italia si è opposta in modo convinto contro alcune parti della direttiva: in particolare chiedeva di non comprendere tra i materiali vietati le plastiche cosiddette biodegradabili e compostabili. Il problema di questo tipo di plastica, che sicuramente inquina meno rispetto a quella derivata da combustibili fossi, è che ci sono più composizioni fattibili e ognuna necessita di diverse modalità di trattamento. Questo fatto in sé non sarebbe un problema, manca però la comunicazione tra istituzioni e cittadini: un prodotto compostabile industrialmente, in un impianto adeguato, ha caratteristiche diverse da uno compostabile domesticalmente, così come le platiche a base bilogica vanno suddivise in base alla quantità di materiale biologico utilizzato (che può esser anche inferiore al 100%).

I cittadini, purtroppo, non sono stati educati a leggere le famose etichette, distinguendole. Già ora tra comuni confinanti possiamo trovare indicazioni diverse su come differenziare i rifiuti, in base all’azienda che se ne fa carico e agli impianti di smaltimento a disposizione; possiamo immaginare quindi come sia complicato far capire che, anche tra prodotti all’apparenza simili, il giusto smaltimento può fare la differenza nella salvaguardia dell’ambiente. Se si vuole mantenere una certa flessibilità nell’applicazione delle norme serve una campagna d’informazione efficace, altrimenti il rischio è che le plastiche compostabili continuino a contribuire, anche se in modo minore, all’inquinamento dell’ambiente.

Dopo la svolta del 3 luglio, un gruppo di quattordici scienziati ha fatto una proposta ancora più ambiziosa. Già a febbraio, all’assemblea generale dell’Unep, agenzia dell’Onu che si occupa della protezione ambientale, era nata l’idea di creare un accordo internazionale contro la produzione di plastica vergine, ossia la nuova plastica. L’appello degli scienziati, che provengono da Germania, Australia, Usa, Svizzera, Nuova Zelanda, Finlandia, Ruanda, richiede un nuovo accordo globale per coprire l’intero ciclo di vita delle plastiche, dall’estrazione delle materie prime necessarie per la loro produzione all’inquinamento ad esse legato. L’idea è di vietare, dal 2040, la produzione di nuovi oggetti in plastica, vincolando le imprese all’uso della sola plastica riciclata.

Viste le differenze di vedute, notevoli già all’interno dell’UE, su questo come su altri temi ambientali, sembra difficile arrivare a un accordo mondiale entro vent’anni. Iniziare però a parlarne, mettendo la popolazione nell’ordine delle idee che bisogna intervenire, può sicuramente contribuire al dibattito pubblico dei prossimi anni.

Mirco Romanato

Nato a Padova il 15 giugno 1994. Diplomato in ragioneria, attualmente iscritto alla triennale di Ingegneria dell'Energia nella mia città. Sono una persona curiosa in molti i campi, dalle nuove tecnologie, in particolare quelle che riguardano l'ambiente, alla politica, passando per lo sport.

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