Atleti olimpici resi giornalisti a loro insaputa: addio deontologia professionale

Pare che a Tokyo il giornalismo sportivo sia una cosa seria, a differenza che in Italia, dove certe leggerezze deontologiche vengono comunemente accettate e fatte passare come espedienti di bassa lega o errori di distrazione. Nei giorni scorsi, infatti, Il CONI ha subito un richiamo ufficiale dal Comitato Olimpico Internazionale per aver violato il punto numero 48 della carta olimpica, il quale si esprime riguardo la copertura mediatica degli eventi della kermesse.

Secondo tale regolamento, l’attività di cronaca deve essere svolta da giornalisti indipendenti rispetto alle spedizioni olimpiche, dunque non è permesso presentare articoli né ai membri dello staff né agli stessi atleti. Invece, negli ultimi giorni, di articoli a firma dei membri della squadra italiana ne sono apparsi ben quattro. Uno su Il Giornale, a firma del ct del team di ciclismo ed ex commentatore Rai Davide Cassani, e tre su La Gazzetta dello Sportdi cui uno scritto e rivendicato dal ct della scherma Sandro Cuomo e i rimanenti attribuiti ai portabandiera Elia Viviani e Jessica Rossi, i quali avrebbero portato il racconto della cerimonia d’apertura.

Gli allenatori hanno subito ammesso la colpa, ma, per quanto riguarda gli atleti, termini come attribuiti e avrebbero non sono casuali: Viviani e Rossi non hanno scritto nemmeno una parola di quei pezzi a loro firma. Essi, dopo i dovuti controlli, sono risultati essere un collage delle dichiarazioni da loro rese agli inviati Gazzetta al termine della cerimonia di presentazione, che hanno pensato bene di rendere il contributo più scenografico tagliando il virgolettato. Ciò che hanno infiocchettato, però, è stata soltanto un’enorme, scenografica figuraccia, che ha rischiato anche di comportare la sospensione dei due atleti sopra citati.

L’allarme è infine rientrato grazie alle scuse formali del CONI, ma ha lasciato qualche strascico. Jessica Rossi, ad esempio, ha minacciato di non rilasciare più dichiarazioni ai giornalisti e sicuramente la fiducia degli atleti nei confronti di coloro che sono preposti a raccontare le loro gesta è diminuita.

In conclusione, per quanto la vicenda sia stata di poco conto, indolore e tutto sommato grottesca, si tratta dell’ennesima conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, di un livellamento sempre più verso il basso dell’etica e della professionalità nel mondo del giornalismo italiano, ormai talmente ubriaco di sensazionalismo da non restare nemmeno più fedele al criterio base di riportare i fatti, gli attori e le attribuzioni nel modo più preciso possibile.

Marco Ferreri

Classe 1993, volevo fare il giornalista ma non ho la lingua abbastanza svelta. Mi arrabatto tra servire pietanze, aprire e consumare bottiglie di vino, crisi esistenziali, argomenti complessi, riflessioni filosofiche di cui non frega niente a nessuno e giochi di ruolo. Amo il paradosso, dunque non posso essere più felice di stare al mondo.

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