Le domande sulla disastrosa ritirata USA dall’Afghanistan

Quando ci interrogavamo incerti su quali sarebbero stati gli effetti della decisione annunciata da Biden, in merito al ritiro delle forze statunitensi e delle forze Nato dall’Afghanistan, nessuno forse si aspettava un epilogo tanto tragico e rovinoso.

La guerra che per quasi venti anni ha segnato le vite di migliaia di persone, dentro e fuori dall’Afghanistan, per la quale sono stati spesi oltre 2 mila miliardi di dollari e che ha introdotto la morte in migliaia di famiglie, si è rivelata infine, esattamente come tutte le altre guerre che l’hanno preceduta, inutile.

Dubbie, frettolose ed emotive sembrano ancora oggi, a distanza di tanti anni, le ragioni che la accesero nel lontano settembre 2001 e altrettanto discutibili, sbrigative e neghittose appaiono ora le motivazioni che ne hanno determinato la fine.

Poco convincente appare dunque il discorso di Joe Biden che, seguendo la strada già tracciata dal suo predecessore, difende la decisione del ritiro delle truppe statunitensi dal territorio afghano con queste parole: «Non potevamo restare per sempre» e «Abbiamo raggiunto l’obiettivo che era quello di evitare altri attacchi terroristici negli Usa».

L’intervento militare Usa che, a seguito dell’attacco dell’11 settembre alle Torri Gemelle, fu avallato dal Consiglio di Sicurezza Onu risponde all’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite che attribuisce agli Stati il diritto di agire in legittima difesa. Tale diritto prevede tuttavia alcuni parametri imprescindibili per la sua applicabilità. Tra questi il criterio di necessità e quello di proporzionalità.

Per quanto, probabilmente, tali punti, in origine, fossero adeguati all’intervento in legittima difesa, considerando ora liberamente l’ultimo parametro, ci appare tuttavia difficile, dopo venti anni di guerra, parlare di proporzionalità. Attenendoci esclusivamente ai numeri in vite umane rileviamo: 6 mila 5 cento morti tra le forze di sicurezza afghane, 35 mila morti civili, più di 2 mila morti tra i soldati americani, 448 tra quelli britannici, 88 francesi, a questi si aggiungono i nostri 53 soldati italiani, per un totale di 3 mila 232 soldati della coalizione. Le vittime dell’attacco alle Torri Gemelle, nel 2001, furono 2 mila 977.

Nondimeno ciò che lascia ora sorpresi sono la celerità e la superficialità con la quale la fine di questo colossale impegno militare, protratto per anni, sia stata portata a termine. Si pensi solo agli 83 miliardi di dollari spesi dagli Usa per l’addestramento degli afghani. Sorprende inoltre la scarsa previsione post partenza e altresì lo stupore generale per la velocità con la quale i talebani abbiano preso il controllo di Kabul.

Non si spiega, ad esempio, perché non sia stata pianificata una ritirata alla fine dell’anno, quando la neve e le rigide temperature invernali avrebbero potuto rendere gli spostamenti di uomini e mezzi più lenti e difficili da effettuare e così anche la riconquista da parte dei talebani.

Non si spiega perché, in particolare nell’ultimo periodo, ogni sforzo non sia stato fatto per consolidare e favorire l’autonomia e la stabilità del governo afghano. I negoziati a Doha dello scorso anno tra talebani e Stati Uniti, in esclusione del governo di Kabul, sono un esempio di come poco sia stato fatto per rendere il governo forte e autonomo in assenza dell’Alleanza Atlantica.

Tutto ciò spiegherebbe anche la scarsa tenuta dell’esercito afghano, normalmente usato come fanteria per le operazioni anti guerriglia, le quali erano però sempre curate e organizzate dalle forze straniere. Un esempio ci viene fornito dall’aviazione afghana che, composta da 130 aerei e piloti ben formati, non possiede tuttavia tecnici in grado di far funzione i velivoli poiché le mansioni di manutenzione e controllo venivano abitualmente svolte dalle forze Nato.

Questa attività di istruire senza istruire, creare senza creare, consolidare senza consolidare ha contribuito a generare, nel corso degli anni, confusione, incertezza e smarrimento.

L’unica aspettativa, ad oggi, rimane quella di sperare che la popolazione afghana, che nel corso degli ultimi venti anni ha avuto modo di sperimentare una vita diversa e più libera, possa ora trovare le ragioni per combattere una guerra per la difesa dei propri diritti e ideali. Ideali che forse mancavano al Governo e all’esercito artificiale afghano creati per anni dalle forze straniere e che, in assenza di esse, non sono riusciti a trovare delle valide ragioni per continuare a lottare.

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