Green pass contro no green pass: la dicotomia del conflitto amico-nemico

Carl Schmitt, grande giurista e politologo tedesco del 900’ elaborò la dimensione del conflitto amico-nemico come categorie fondamentali per l’uomo politico. Questa categoria è ampia e non ben precisabile, in quanto il nemico non è colui che abbia necessariamente delle caratteristiche moralmente deplorevoli, ma è il concorrente, colui con cui ci si pone in conflitto per gli obiettivi divergenti che si vogliono raggiungere. Questo ragionamento, che, nella storia del pensiero politico, non possiamo, perlomeno totalmente, definire innovativa, risulta ancor più fondamentale, per coloro che dopo la caduta del muro di Berlino erano rimasti convinti da quella teoria di Francis Fukuyama, nota come «fine della storia», ossia dell’accettazione definitiva,  da parte anche delle classi lavoratrici, del modello capitalistico e dell’idelogia liberale, come migliore concezione possibile di sviluppo e di prosperità per l’uomo. È sempre stato obiettivo dei liberali convincere che il conflitto di classe non sia esistente o che comunque si sia attenuato da essere ormai archivio del passato.

In tempi in cui la pandemia, o meglio, la raffigurazione simbolica da parte dai mass media, ha diviso la popolazione fra gli obbedienti e ligi alle regole dettate dal Governo (la maggioranza) e coloro, tra i pochi consapevoli, che si sentono di aver subito un’ingiusta limitazione della propria libertà personale e della propria socialità, sembrerebbe opportuno ricordare le categorie del politico elaborate da Carl Schmitt. Secondo l’autore tedesco, l’uomo, deve aver ben presente le categorie del «politico»: amico-nemico. Si tratta di una definizione concettuale che ci offre un criterio per ragionare sull’impossibilità di prescindere dal conflitto, in quanto gli uomini hanno per natura interessi diversi e prescindere da essi, come usa fare il liberalismo, significa negare il conflitto per poter far gli interessi di una parte e spacciarli come bene della collettività o meglio, subdolamente «bene per la Nazione». Il «nemico» di Schmitt non è un nemico privato a differenza del liberalismo che, essendo politicamente, come ricordava Marx, una sovrastruttura della struttura economica, si basa essenzialmente sulla concorrenza e crea leggi per proteggere gli interessi della classe possidente, cercando di farli passare come diritti individuali.

Oggi sembrerebbe proprio l’occasione di rispolverare e riutilizzare le categorie del politico, perché la realtà fattuale odierna ci presenta una spaccatura profonda che non si aveva anni or sono, una spaccatura che trasuda odio nelle azioni del Governo, ma anche nelle parole di tutti coloro che non mettono minimamente in dubbio le misure per far fronte alla pandemia. Essi, inoltre, non solo obbediscono a regole anticostituzionali e prive di ogni logica sanitaria, ma, cosa peggiore, pretendono che chi dissente da tali misure venga escluso ed emarginato dal resto della società, arrivando nei casi peggiori a prospettare il confinamento, come si usava in certi regimi del secolo scorso.

Per tutti questi motivi, sembrerebbe proprio il momento di tracciare una linea di demarcazione fra chi obbedisce ed è complice di misure assurde, oltreché liberticide e chi in nome dei suoi diritti sanciti dalla Costituzione si ribella alla degenerazione di un’emergenza sanitaria a dittatura, a tutti gli effetti.

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