Chip nel cervello per la medicina del futuro

Da mesi sentiamo parlare di chip e microchip e il loro utilizzo preoccupa la comunità. Certamente la notizia del loro utilizzo nei vaccini contro il Covid-19 è una enorme bufala, ma è interessante comunque vagliarne capacità e impieghi.

Secondo quanto riportato in uno studio pubblicato su Nature Electronics, una nuova generazione di microchip potrebbe essere inserita in futuro nel cervello umano per potenziarne le capacità.
L’obiettivo finale ovviamente non è quello di controllare l’uomo, ma di implementare le cure mediche. Come sostengono infatti i ricercatori della Brown University, questi microscopici chip potrebbero essere trapiantati direttamente sulla superficie del cervello oppure sul tessuto cerebrale al fine di raccoglierne i dati neurali. Questi strumenti si tramuterebbero così in enormi database che potrebbero aiutare i medici del futuro.

L’autore della ricerca, il neuroingegnere Arto Nurmikko, fornisce una spiegazione esaustiva di come questi microchip sono in grado di raccogliere informazioni sull’attività dei neuroni e immagazzinarle senza la necessità di dover utilizzare i comuni fili che normalmente è necessario utilizzare per un trasferimento dei dati.
Naturalmente, perché la trasmissione sia efficace vi è bisogno della presenza di un hub esterno e un collegamento elettromagnetico transcutaneo in grado di creare una comunicazione che vada in entrambe le direzioni. In pratica, ciò si potrebbe vagamente accomunare concettualmente al funzionamento di un collegamento bluetooth.

È stato dunque già stato creato un super uomo munito di chip celebrale?
Ovviamente no.
Questi microscopici dispositivi di dimensioni pari ad un minuscolo granello e chiamati dunque neurograins sono stati testati sino ad ora solamente su delle cavie.
In particolare, 48 di questi microchip sono stati impiantati nella corteccia celebrale di un topo permettendo dunque ai ricercatori di rilevare i dati di interesse.
Con l’obiettivo di inseguire la strada dello sviluppo in campo medico, i dati neurali relativi al moto e ai cinque sensi del topo in questione sono stati raccolti in massa mentre la cavia risultava sotto anestesia e dunque in stasi temporanea.

Tuttavia, questo sistema non è ancora ampiamente implementato e per poter trovare applicazione nell’uomo dovrebbe essere più preciso. Secondo Nurmikko, per rendere questi neurograins operativi in campo medico sarebbe necessario migliorarne il segnale e impiantarne minimo un insieme di 770 nella corteccia celebrale umana.

Se invece ci si vuole focalizzare sulla fattibilità e utilità dell’applicazione di questi dispositivi, si potrebbe pensare in primis a come queste informazioni potrebbero migliorare la prevenzione di malattie importanti.
Inoltre, essendo la comunicazione di questi chip bidirezionale, sembra che secondo i ricercatori sia possibile il loro impiego nella cura di patologia neurologiche come l’epilessia e la malattia di Parkinson.
Questi chip potrebbero infatti stimolare i neuroni attraverso minuscoli impulsi elettrici sulla corteccia celebrale.
La sperimentazione sull’uomo è ad oggi lontana, ma i ricercatori stanno pensando di verificare le proprie teorie tramite i trapianti di questi neurograins sempre sui topi, ma in stato di veglia e anche su alcune scimmie. La ricerca nel campo dei chip cerebrali è distante e può spaventare, ma potrebbe essere forse un altro strumento a servizio della medicina del futuro.

Luisa Bizzotto

Laureata all'Università di Padova Ingegneria Chimica e dei Materiali, frequento il corso internazionale Susteinable Technologies and Biotechnologies for Energy and Materials presso l'Almamater Studiorum Università di Bologna. Scrivo per La Voce che Stecca dal 16 luglio 2015 e su queste pagine mi occupo di cultura, musica e sport, ma soprattutto di scienza, la mia passione.

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