Quell’atto di violenza allo stadio Ferraris

Il calcio è un gioco da ragazzi e guai a chi lo tocca. In Italia è lo sport nazionale, infervora gli animi di tifosi e intere famiglie che, di generazione in generazione, si tramandano religiosamente la fede calcistica verso questa o quella squadra. Fin qui ancora tutto bene: che il calcio spopoli non è certo un male sociale e di certo non lo è che le tifoserie si ritrovino per supportare, ed eventualmente festeggiare, i propri beniamini sul campo. Quello che è successo lo scorso 12 settembre allo stadio Ferraris di Genova in occasione di Sampdoria-Inter è però ben diverso.

«Lascialo stare il tagliaerba, te la rasiamo noi!». Queste sono le parole intonate in coro da un gruppo di tifosi alla giovane donna che in quel momento stava tosando l’erba sul campo prima del fischio d’inizio. Immaginatevi la scena: un branco di uomini, perché di branco bisogna parlare, che divertiti intonano un coro, definito da alcune testate sportive «goliardico», rivolgendosi ad una donna di cui in quel momento riescono a dire solo che ha una vagina e che, udite udite, ai suoi peli pubici ci penseranno loro. Della goliardia tutto questo ha ben poco ed è grave che non se ne parli per quello che è stato, ovvero un atto di violenza, una molestia gridata a squarciagola e all’unisono come se fosse la più naturale delle reazioni. 

Chi abbia avuto esperienza di catcalling, fatto tristemente ordinario nella quotidianità di una donna, sa bene cosa significhi trovarsi letteralmente spogliata con gli occhi e le parole da un estraneo di cui avresti volentieri fatto a meno di doverti preoccupare. Per spirito di sopravvivenza, per evitare che accada di peggio, si cerca di fingere indifferenza oppure si sta al gioco sperando che questo finisca il prima possibile e che un imbarazzato sorriso possa bastare a porre fine a quell’abuso. C’è chi nel raccontare l’accaduto ha voluto specificare che la ragazza ha risposto ai tifosi con un sorriso come se questo, in quanto proveniente dalla parte offesa, potesse bastare a giustificare l’atto in sé e questa è l’ennesima prova che le molestie non le sappiamo ancora riconoscere. 

Verbale o fisica che sia, una molestia dipende solo parzialmente dalla definizione o dalla percezione che la vittima ne ha. Per svariati meccanismi psicologici, ad esempio, una donna potrebbe non riconoscersi come vittima di una violenza perché farlo significherebbe giungere ad una dolorosa presa di coscienza. Per questi ed altri motivi, più puramente legati allo spirito di sopravvivere e alle norme culturali che insegnano alla donna che deve temere l’uomo, una ragazza potrebbe avere una reazione apparentemente divertita ad un coro da stadio sulla sua vagina e sentirsi comunque profondamente umiliata e abusata. 

Dobbiamo metterci in testa che stare dalla parte della vittima significa anche prestarle la voce per denunciare la violenza subita anche, e soprattutto, quando da sola non riuscirebbe a farlo. Non tutte e non sempre siamo nella condizione privilegiata di poter ribattere a testa alta al maschio di turno che ci riduce ad un mero oggetto sessuale, ma non per questo la nostra sofferenza è meno valida e, fatto ancor più importante, non per questo qualcuno può sentirsi legittimato a violentarci. 

Beatrice Caniglia

Studentessa universitaria di Sociologia e aspirante giornalista. Mi cimento in articoli di attualità e cultura con un occhio di riguardo per le questioni sociali.

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