Capodogli: i cetacei dei nostri mari

All’inizio dell’ottobre 2017 un’imbarcazione dell’associazione Menkab avvistava alcuni capodogli (Physeter macrocephalus) al largo dell’area marina protetta di Bergeggi, sul ponente ligure. «Per non disturbare gli animali, li abbiamo avvicinati con un drone», racconta Giulia Calogero, presidente di Menkab: «Erano due adulti ed un cucciolo: la mamma lo stava allattando». Un evento del genere nel nostro mare non si era mai visto ed è la prova che la porzione nord-occidentale del Santuario Pelagos, compreso tra Francia meridionale, Toscana e nord della Corsica, non è solo una zona di passaggio per questa specie. «Anche da noi i capodogli si incontrano ed allevano i piccoli», afferma Calogero, «e per tutelarli al meglio decidemmo che era necessario ampliare le nostre conoscenze con un progetto ad hoc».

Nello stesso periodo, al largo dell’isola di Caprera (nord-est della Sardegna) gli avvistamenti di cetacei stavano diventando sempre più frequenti. In questo mare, poco al di fuori del Santuario Pelagos, vivono sette delle otto specie che popolano il mediterraneo. «Abbiamo deciso di monitorare la loro presenza con l’obiettivo di creare una IMMA, un’area di importanza per i mammiferi marini», spiega Ginevra Boldrocchi, biologa marina della One Ocean Foundation e dell’università dell’Insubria.

Il progetto Catodon di Menkab e quello sui cetacei di Caprera della One Ocean Foundation, finanziati con i fondi dell’iniziativa Perpetual Planet di Rolex, che in tutto il mondo supporta progetti per lo studio del Pianeta e la sua salvaguardia-nascono dunque per tutelare le creature più affascinanti del mare. In entrambi i casi, le ricerche si concentrano nei canyon sottomarini: spaccature nel fondale profonde anche migliaia di metri, ricche di nutrienti che costituiscono la base dell’alimentazione dei cetacei. «Per avere un’idea più chiara della situazione, in collaborazione con l’Università di Genova abbiamo intensificato le attività di osservazione in autunno ed in inverno», riprende Giulia Calogero: «Gli obiettivi sono valutare lo stato di salute della popolazione di capodogli, stimare il numero di esemplari e tracciare i loro spostamenti nel Mediterraneo».

«Possiamo individuare i capodogli anche se nuotano a 1500 mt di profondità» spiega Calogero. Merito dei sofisticati idrofoni a bordo delle imbarcazioni, microfoni che vengono calati a 15-30 m e captano i «click» che questi cetacei emettono mentre cacciano. «Finchè sentiamo il suo suono, sappiamo che l’animale è immerso e intento a cacciare i grandi calamari che vivono in profondità. Quando il rumore cessa significa che la caccia è finita e che sta tornando in superficie. Dobbiamo poi coglierlo quando emerge per fotografarlo ed identificarlo». La fotoidentificazione è essenziale, perché permette di tracciare i movimenti di questi cetacei nel Mediterraneo. Ogni esemplare ha segni distintivi sul corpo e sulle pinne: «Ai fini dell’identificazione dobbiamo fotografare entrambi i lati e la pinna caudale, il cui profilo, ben visibile nel momento in cui l’animale si immerge nuovamente, è come un’impronta digitale» spiega ancora Giulia Calogero.

Il monitoraggio acustico è impiegato anche dalla One Ocean Foundation, con alcune importanti differenze. «Utilizziamo sei idrofoni fissi, collocati in punti strategici a circa 800 mt di profondità», riprende Ginevra Boldrocchi: «La collaborazione con il Center for Maritme Research and Experimentation di La Spezia ha permesso di sviluppare queste particolari sonde acustiche, che sono state posizionate il 23 luglio 2021 dalla nave Leonardo e che registreranno i suoni del mare per tre mesi, prima di venire recuperate», aggiunge Giulio Magni, responsabile dei progetti della fondazione. L’analisi delle registrazioni permetterà di capire quali cetacei popolano quei fondali. «Altri dati verranno poi dalla fotoidentificazione e dall’analisi del DNA ambientale, che permette di risalire alla specie presenti a partire dall’analisi di campioni di acqua marina, che conservano le molecole del loro DNA», conclude Boldrocchi, «l’obiettivo è fornire alla comunità scientifica dati che testimonino una presenza costante dei cetacei: soltanto così riusciremo a creare una zona protetta per loro».

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