Apologia della Scuola Holden che preferisce Fedez a Calvino

Premessa: il 15 ottobre è al contempo il compleanno di Fedez e di Italo Calvino. La pagina Facebook della Scuola Holden decide di celebrare il primo, preferendolo al secondo. Con una citazione di Fedez del tipo: «Giuro, mi fai venire voglia di futuro» In pochi hanno definito la scelta coraggiosa, in tanti si sono adirati, qualcuno l’ha definito anche l’epitaffio della cultura italiana. Io, pur non condividendo questa scelta, la capisco molto bene e non la trovo così tanto fuori luogo. Posto che Calvino è un gigante e Fedez non può certo competere.

Quelle che seguono sono riflessioni del tutto personali, da persona giovane e moderatamente colta e da ex studentessa Holden. Ho dato alla scuola due anni della mia vita, ventimila euro (facendo un debito in banca e quasi morendo nel bagno della banca il giorno in cui ho acceso il prestito, quando il maniglione del bagno ha ceduto sotto il mio peso, ok questo non c’entra col discorso). Oltre a questi soldi, bisogna contare due anni di canoni di locazione, biglietti del treno, assistente persona imprescindibile, spesa e Just Eat. Troppi Just Eat. Ma, alla fine, il gioco valeva la candela?

La scuola, se fosse vissuta in termini strettamente didattici, a mio parere costerebbe troppo, ma non c’è solo quello. Intorno alla Holden c’è tutto un universo di cultura, a partire dai primi giorni, ad «Holden Star» quando ti arriva Saviano e anche qualche premio Pulitzer, poi la condivisione con gli altri studenti, gli aperitivi, i dodici libri durante le vacanze natalizie, le visioni clandestine di «Game of Thrones», la preparazione del progetto finale che ha discrete probabilità di diventare romanzo, i contatti con gli editori che ti notano il giorno della presentazione finale, detto «Opening Doors». E molto, molto di più… Ed è vero che molti degli scritti che escono dalla scuola hanno uno stampo inconfondibile, ma tutti gli stili sono diversi. Io, ad esempio, non avrei mai potuto scrivere i racconti di uno dei miei compagni di classe, storie malatissime di gente che fa sesso con i cani, ma scritte in un modo da incantare. Tutto questo per dire che la Holden contribuisce ogni anno alla cultura italiana e non credo che ne abbia scritto l’epitaffio.

Calvino è stato ed è un pilastro della nostra letteratura ed è senza dubbio sbagliato non ricordarlo nel giorno del suo compleanno. Sfortunatamente ho letto poco di lui e quasi tutto imposto dalla scuola media, ma trovo «Il Barone Rampante» e «Il Visconte Dimezzato» sopravvalutati. Poi, ho letto «Palomar» di mia spontanea iniziativa e confermo l’impressione precedente. A distanza di quattro anni dalla lettura non ne ricordo una parola.

Dall’altra parte abbiamo Fedez, che apprezzo poco come personaggio pubblico e ancor meno come cantante. Ma i suoi testi me li ricordo e a volte ha ragione in ciò che dice. I ragazzini fanno quello che dice Fedez, mica quello che dice Italo Calvino. Certo in un Paese normale non toccherebbe a uno come Fedez di fare da supplente dove la politica non arriva.

Non trovo sbagliato ricordare Fedez il 15 ottobre, trovo sbagliato contrapporre i due personaggi, come se chi ascolta «Mille» non possa, insieme, godersi le «Lezioni Americane per il nuovo Millennio». Il passato e il futuro non devono autoescludersi, ma integrarsi e armonizzarsi: forse è un’utopia. Ma senza utopie, allora la cultura muore sul serio.

Pensate a libri come «L’acqua del Lago non è mai dolce» e poi ditemi se non c’è più cultura nel nostro paese. Ma anche il brutto può essere cultura, il nostro lato trash deve trovare uno sfogo. Pensate, poi, al 29 settembre: come data vi dice qualcosa? Non si possono forse menzionare Berlusconi e Bersani contemporaneamente?

Cecilia Alfier

Impegnata tra libri e scacchi, in movimento tra Padova e Torino, sempre con una forte dose di sarcasmo.

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