Il DDL Zan è morto e con esso quel briciolo di responsabilità civica rimasto

Mercoledì 27 ottobre il DDL Zan è morto e farlo risorgere tra sei mesi, quando formalmente la legge potrà di nuovo essere discussa in Parlamento, seppur in un’altra veste, sarà un’impresa difficile e tutt’altro che scontata. Quello andato in scena mercoledì nell’aula di Palazzo Madama è uno spettacolo becero anche per l’Italia tradizionalmente legata ad una politica dei toni sensazionalistici e farseschi e di fronte a cui per mantenere i nervi saldi e non decidere di lasciare il Paese già l’indomani è necessaria una forza di volontà non indifferente. Ad essere affossato in quell’aula non è stato solo un disegno di legge: piuttosto a morire è stato quel briciolo di responsabilità civica a cui dopo questa votazione alcuni esponenti della politica italiana hanno deciso di dire definitivamente addio con un disgustoso scroscio di applausi.

Quella del DDL Zan è senza dubbio una vicenda complessa come articolato è stato l’iter per portarlo in Parlamento. C’è chi sostiene che ad essere sbagliate siano state le tempistiche più che il contenuto: in fin dei conti tra la pandemia, il cambio di governo e la scadenza del mandato del Presidente della Repubblica non si può certo dire che l’agenda politica di quest’ultimo anno sia stata priva di impegni. Il punto è che a sostenere questa tesi si rischia di incappare in un pericoloso ragionamento che è stato poi quello prevalente nei mesi della discussione. A convincersi che «ci sono altre priorità, non è questo il momento di discutere di certe cose» si compie il grave errore di scambiare per un superfluo capriccio una legge che avrebbe invece riconosciuto pari diritti a chi ad oggi, per un motivo o per un altro, viene discriminato per il solo fatto di voler essere se stesso. Sarebbe piuttosto ora di imparare che per parlare di certi temi non c’è bisogno di aspettare il momento giusto perché, molto banalmente, è sempre il momento giusto.

Come se non bastasse, la votazione del 27 ha fatto da palcoscenico ad una delle più misere vigliaccherie che i politici possano mettere in atto. Sebbene parlare di visioni di parte quando ad essere in gioco sono diritti fondamentali, quali quelli che il DDL Zan si proponeva di tutelare, possa far storcere il naso, se c’è una cosa che la politica italiana ci ha insegnato è che bisogna essere realisti e aspettarsi da chi di politica si occupa quotidianamente sempre meno di quanto il buon senso insegnerebbe. È triste da dirsi ma è così. Il fragoroso applauso scoppiato mercoledì pomeriggio a Palazzo Madama, i franchi tiratori che da sinistra hanno votato, nella sicurezza dell’anonimato, contro il disegno di legge e le dichiarazioni di senatori di Lega e Forza Italia secondo cui «non siamo così sicuri dell’esistenza di discriminazioni verso i non etero» ma certamente «di questo passo approveremo una legge sui ciccioni» confermano il detto per cui al peggio non c’è mai fine. E che al peggio non ci sia mai fine la politica italiana non perde occasione di ribadirlo.

Beatrice Caniglia

Studentessa universitaria di Sociologia e aspirante giornalista. Mi cimento in articoli di attualità e cultura con un occhio di riguardo per le questioni sociali.

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